a fissazione al trauma - l'inconscio
lezione 18
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Sigmund Freud
LA FISSAZIONE AL TRAUMA. L'INCONSCIO
Signore e Signori, la volta scorsa
dissi che avremmo proseguito il nostro lavoro tenendo presenti non inostri
dubbi ma le nostre scoperte. Ci
restano ancora da discutere due fra
le più interessanti conseguenze delle due analisi che abbiamo
preso come esempio.
Esaminiamo la prima di queste conseguenze. Entrambe le
pazienti ci danno l段mpressione di essere "fissate" a un determinato
periodo del loro passato, di non sapersene liberare,
di essere perciò estraniate dal presente
e dal futuro. Esse sono rinchiuse nella loro malattia come in epoche
precedenti si usava ritirarsi in un chiostro per portarvi a
compimento un difficile destino. Nel caso della nostra prima paziente
é stata l'unione con il marito, cui in realtà ha rinunciato,
a esserle fatale. Attraverso i suoi sintomi essa continua
il processo a suo marito; abbiamo imparato
il significato delle voci che perorano la causa di lui, lo
scusano, lo innalzano, lamentano la sua perdita. Benché essa
sia giovane e desiderabile per altri uomini, ha preso tutte le precauzioni
reali e immaginarie (magiche) per restargli fedele. Non
si mostra a occhi estranei, trascura il proprio aspetto, ha
inoltre difficoltà ad alzarsi dalla poltrona in cui é seduta,
rifiuta di firmare col proprio nome, non può fare un regalo
a nessuno, con la scusa che nessuno deve avere qualcosa da lei. Nel
caso della nostra seconda paziente, la giovinetta, il medesimo effetto
per la sua vita é esercitato da un attaccamento erotico al padre
instauratosi negli anni precedenti la pubertà. Essa ha anche tratto
per sé la conclusione che non può sposarsi finché
é così ammalata.
E' lecito supporre che si sia ammalata così
per non doversi sposare e per rimanere accanto al padre. Non
possiamo respingere la questione del perché, per quale via
e in forza di quali motivi si giunga a
un atteggiamento così sorprendente e
svantaggioso nei confronti dell'esistenza,
nell'ipotesi che questo modo di atteggiarsi sia
un carattere generale delle nevrosi e non una peculiarità
di queste due malate. In effetti, esso é un tratto generale,
molto importante dal punto di vista pratico, di ogni nevrosi.
La prima paziente isterica di Breuer era fissata in
modo analogo all'epoca in cui aveva assistito
il proprio padre gravemente ammalato: da
allora, nonostante si sia ristabilita, sotto un certo
aspetto ha chiuso con la vita; é rimasta sana ed
efficiente, ma ha evitato il normale destino della
donna.
L'analisi ci permette di scoprire che ognuno dei
nostri pazienti si é riportato indietro, nei sintomi della
malattia e attraverso le conseguenze che da essi derivano, a un determinato
periodo del suo passato. Nella maggioranza dei casi il paziente ha scelto
a questo scopo addirittura una fase molto remota
della sua vita, un periodo della sua infanzia e perfino, per
quanto ciò possa suonare ridicolo, della sua esistenza
come lattante.
L'analogia più vicina a questo comportamento
dei nostri nervosi é offerta dalle malattie che proprio ora la guerra
fa insorgere con particolare frequenza, le cosiddette
nevrosi traumatiche. Casi simili si presentavano naturalmente anche
prima della guerra, in seguito a scontri ferroviari e ad altri
spaventosi rischi mortali. Ma le nevrosi traumatiche non sono sostanzialmente
la stessa cosa delle nevrosi spontanee che siamo
soliti indagare e curare analiticamente; finora non siamo
nemmeno riusciti a ricondurle nel nostro quadro teorico e io spero
di potervi spiegare un giorno da che cosa dipenda questa limitazione.
In un punto però possiamo rilevare una completa
concordanza. Le nevrosi traumatiche offrono chiari indizi che alla
loro base c'é una fissazione al momento
dell'incidente traumatico. Nei loro sogni questi ammalati ripetono regolarmente
la situazione traumatica; dove compaiono attacchi di tipo isterico,
che permettono un'analisi, si viene a scoprire che l'attacco
corrisponde a una trasposizione
completa nella situazione anzidetta.
E' come se questi ammalati non
fossero venuti a capo della situazione traumatica, come se
questa stesse dinanzi a loro quale compito attuale
non sormontato; e noi prendiamo molto sul serio questa
concezione: essa ci indica la via verso una considerazione,
diciamo così, economica dei processi psichici. Anzi
l'espressione "traumatico" non ha altro senso se non questo,
economico. Con essa noi designiamo un'esperienza che nei limiti di
un breve lasso di tempo apporta alla vita psichica un
incremento di stimoli talmente forte che la sua liquidazione o elaborazione
nel modo usuale non riesce, donde é giocoforza che ne discendano
disturbi permanenti nell'economia energetica della
psiche.
Questa analogia ci induce nella
tentazione di designare come traumatiche anche quelle esperienze
alle quali i nostri nervosi sembrano fissati. Ci
sarebbe in tal modo prospettata una semplice condizione determinante per
l'insorgere della malattia nevrotica. La nevrosi sarebbe
da equipararsi a una malattia traumatica e insorgerebbe per
l'incapacità di risolvere un'esperienza che ha
una tonalità affettiva eccessiva. Tale
era in realtà anche la prima formula con la quale Breuer e
io, nel 1893-95, demmo il resoconto teorico
delle nostre nuove osservazioni. Un caso come quello della nostra
prima paziente, la giovane donna separata dal marito, rientra
molto bene in questa concezione. Essa non ha superato
l'inattuabilità del suo matrimonio ed é rimasta attaccata
a questo trauma. Ma già il nostro secondo caso,
quello della fanciulla vittima di una fissazione verso il padre,
ci mostra che la formula non é sufficientemente ampia. Da
una parte, un tale innamoramento della bambina per il
padre é qualcosa di così comune e così
frequentemente superato che la designazione "traumatico", se venisse qui
applicata, perderebbe ogni consistenza; d'altra
parte, la storia dell'ammalata ci insegna
che questa prima fissazione erotica fu superata apparentemente
senza conseguenze e solo parecchi anni più tardi fece di nuovo
apparizione nei sintomi della nevrosi ossessiva. Qui dunque
s'intravedono complicazioni, una più ricca gamma di
condizioni che determinano l'insorgere della malattia;
ma presentiamo anche che non si deve abbandonare come erroneo il punto
di vista traumatico, che potrà inserirsi e subordinarsi
in qualche altro contesto. Qui interrompiamo di nuovo il cammino che abbiamo
intrapreso.
Per il momento esso non conduce più avanti,
e noi abbiamo ogni sorta di altre cose da
apprendere prima di ritrovarne il giusto
proseguimento. Aggiungiamo solo, riguardo al tema della fissazione a una
determinata fase del passato, che una simile evenienza
si estende molto al di là della nevrosi.
Ogni nevrosi contiene una fissazione di questo genere,
ma non ogni fissazione conduce alla nevrosi, coincide con la nevrosi
o si instaura tramite la nevrosi. Un tipico modello di fissazione
affettiva a qualcosa di passato é il lutto, che implica in
verità il più completo distacco
dal presente e dal futuro. Il lutto si differenzia
però nettamente dalla nevrosi anche per il profano. Ci sono,
per contro, nevrosi che possono essere definite come una forma patologica
di lutto. Accade anche che, a causa di
un evento traumatico che scuote quelli che erano stati fino ad
allora i fondamenti della sua esistenza,
un individuo subisca una tale scossa da perdere ogni interesse
per il presente e il futuro e da rimanere
assorbito psichicamente dal passato in maniera durevole; non per questo
però lo sventurato é
destinato a diventare nevrotico.
Non sopravvaluteremo quindi questo tratto nel
caratterizzare la nevrosi, per quanto regolarmente presente
e per quanto importante possa essere di solito. Veniamo ora al secondo
risultato delle nostre analisi, che non richiederà
alcuna riserva successiva.
Abbiamo riferito, a proposito della
nostra prima paziente, come essa eseguisse una
insensata azione ossessiva e raccontasse, in riferimento a
essa, un ricordo intimo della sua vita passata; in seguito abbiamo anche
esaminato questo collegamento tra azione e ricordo e indovinato di qui
l'intenzione dell'azione ossessiva. Abbiamo però completamente tralasciato
un fattore che merita tutta la nostra attenzione. Per quanto continuasse
a ripetere l'azione ossessiva, la paziente non sapeva affatto che
così facendo si riallacciava all'esperienza da lei vissuta.
La connessione tra le due le rimaneva nascosta,
e doveva rispondere, conformemente al vero,
di non conoscere l'impulso che la spingeva
a comportarsi così. Poi, sotto
l'influsso della cura, accadde improvvisamente che essa
scoprì quel nesso e poté comunicarlo. Continuava
tuttavia a non sapere nulla dell'intenzione alla quale
ubbidiva eseguendo l'azione ossessiva, l'intenzione cioè
di correggere un brano penoso del suo passato e di mettere
su un piano più alto l'uomo da lei amato. Occorse un bel po' di
tempo e costò molta fatica farle comprendere e indurla a convenire
con me che solo un motivo del genere poteva essere stato la forza
propulsiva della sua azione ossessiva. La connessione con
la scena avvenuta dopo la disgraziata notte nuziale, e il tenero
motivo dell'ammalata, danno insieme ciò che abbiamo
chiamato il "senso" dell'azione ossessiva.
Ma mentre eseguiva l'azione ossessiva questo senso le era rimasto ignoto
in entrambe le direzioni: sia "da che cosa" che "per che cosa".
In lei avevano quindi agito certi processi psichici, di cui l'azione
ossessiva era appunto l'effetto; essa aveva percepito
l'effetto secondo la disposizione psichica normale, ma nessuna
cognizione delle premesse psichiche di questo effetto
era giunta alla sua coscienza. Essa si era comportata in
tutto e per tutto come quell'individuo cui
Bernheim durante l'ipnosi impartì l'ordine di aprire un ombrello
cinque minuti dopo il risveglio, nella sala dell'ospedale:
destatosi, costui eseguì l'istruzione, ma non seppe addurre alcun
motivo per quanto aveva fatto.
E' una situazione di questo genere che noi abbiamo presente
quando parliamo di processi psichici inconsci. Possiamo sfidare chiunque
a rendere conto di questo stato di cose in un modo scientificamente
più corretto, e se qualcuno ci riuscirà, rinunceremo
volentieri all'ipotesi che esistano processi psichici
inconsci. Fino a quel momento ci atterremo però
a questa ipotesi e, se qualcuno vuole obiettarci che
quell'inconscio non é niente di reale
dal punto di vista scientifico, che é un espediente, "une façon
de parler", dobbiamo respingere questa obiezione con
una rassegnata alzata di spalle, come davanti a qualcosa di incomprensibile.
Come se potesse non essere reale una
cosa da cui hanno origine effetti tanto
tangibilmente reali come un'azione ossessiva! La stessa cosa,
in fondo, riscontriamo nella nostra seconda
paziente. Essa si é creata una regola, che il
cuscino non debba toccare la testata del letto, e deve seguire questa regola,
ma non sa da dove essa provenga, che cosa significhi e a
quali motivi debba il suo potere.
Il fatto che lei stessa la consideri una cosa irrilevante
ovvero si impunti, si infuri contro di essa,
si proponga di trasgredirla,
non fa differenza ai fini
dell'esecuzione. Essa deve venir osservata e invano lei si chiede
perché. Si deve pur riconoscere che questi sintomi della
nevrosi ossessiva, queste rappresentazioni e impulsi che emergono
non si sa da dove, che si mostrano talmente refrattari a ogni
influsso della psiche, pur normalissima per altri aspetti,
da dare agli ammalati stessi l'impressione di essere ospiti strapotenti
venuti da un mondo estraneo, esseri immortali che si sono mescolati
alla folla dei mortali, si deve pur riconoscere, dicevo,
che questi sintomi contengono il più chiaro accenno
a una particolare sfera della vita psichica, separata dal resto.
Da questi sintomi una strada, che non
si può non imboccare, porta alla convinzione che nella psiche
esista l'inconscio ed é proprio per questo che
la psichiatria clinica, la quale conosce
soltanto una psicologia della coscienza, non sa che altro
fare dei sintomi, se non spacciarli per
indizi di un particolare tipo di degenerazione. Naturalmente
le idee ossessive e gli impulsi ossessivi sono in sé stessi
tanto poco inconsci, quanto poco l'esecuzione delle azioni ossessive
sfugge alla percezione conscia. Non sarebbero diventati sintomi,
se non si fossero spinti fino alla coscienza. Tuttavia le loro premesse
psichiche, che deduciamo mediante l'analisi, le connessioni
in cui li inseriamo mediante l'interpretazione, sono inconsce,
almeno fintantoché non le abbiamo
rese coscienti all'ammalato attraverso il lavoro dell'analisi. Aggiungete,
ora, che questo stato di cose costatato nei nostri due casi trova conferma
in tutti i sintomi di tutte le
malattie nevrotiche, che il senso dei
sintomi é sempre e ovunque sconosciuto all'ammalato,
che l'analisi mostra regolarmente come questi sintomi siano
le propaggini di processi inconsci, i quali però, poste
svariate condizioni favorevoli, possono essere resi consci;
capirete così che noi in psicoanalisi non possiamo fare a meno dello
psichismo inconscio e siamo avvezzi a operare con esso come
con qualcosa di sensorialmente tangibile.
Ma forse comprenderete anche quanto poco capaci
di formarsi un giudizio su questa questione siano tutti gli altri,
tutti coloro che conoscono l'inconscio soltanto come
un concetto, che non hanno mai analizzato,
mai interpretato sogni o ricavato dai
sintomi nevrotici un senso e un'intenzione. Per dirlo ancora una
volta in vista dei nostri scopi: la possibilità di dare un senso
ai sintomi nevrotici mediante l'interpretazione analitica
é una prova irrefutabile dell'esistenza
- o, se preferite, della necessità dell'ipotesi - dei
processi psichici inconsci. Questo però non é tutto.
Grazie a una seconda scoperta di Breuer, che mi sembra
persino più ricca di significato dell'altra e che egli non condivide
con nessuno, apprendiamo ancora di più sulla relazione
tra l'inconscio e i sintomi nevrotici.
Non solo, di norma, il senso dei sintomi é
inconscio; esiste anche un rapporto di intercambiabilità
fra questa inconsapevolezza e la possibilità di esistenza dei sintomi
stessi. Capirete subito che cosa voglio dire. Affermo,
con Breuer, che ogniqualvolta ci imbattiamo in un sintomo possiamo inferire
che nell'ammalato esistono determinati processi inconsci,
i quali contengono appunto il senso
del sintomo. Ma é anche necessario che questo senso
sia inconscio, affinché il sintomo si instauri. Processi consci
non danno luogo a sintomi; non appena i processi
inconsci in gioco sono divenuti consci, il sintomo scompare.
Ravvisate qui tutt'a un tratto una via di accesso
alla terapia, un modo per fare scomparire
i sintomi. In questo modo Breuer guarì
effettivamente la sua paziente isterica, ossia
la liberò dai suoi sintomi; egli trovò una tecnica
per farle affiorare alla coscienza i processi inconsci che contenevano
il senso del sintomo, e i sintomi scomparvero. Questa scoperta di Breuer
non fu il risultato di una speculazione bensì
di una fortunata osservazione, resa
possibile dalla cooperazione dell'ammalata. Non sforzatevi
adesso inutilmente di comprenderla riconducendola a qualcos'altro
che già vi é noto, ma ravvisate piuttosto in essa un
nuovo dato di fatto fondamentale, con l'aiuto del quale molte
altre cose diventeranno intelligibili. Permettetemi perciò di ripetervi
la stessa cosa in altra forma. La formazione del sintomo é un sostituto
di qualcos'altro che non ha avuto luogo.
Certi processi psichici avrebbero normalmente
dovuto svilupparsi fino al punto che la coscienza
ne avesse cognizione. Ciò non é
accaduto e dai processi interrotti, in qualche modo perturbati,
che hanno dovuto rimanere inconsci, é scaturito
il sintomo. E' dunque avvenuto qualcosa di analogo a uno scambio;
se si riesce a farlo recedere, la terapia dei sintomi
nevrotici ha ottenuto il suo scopo. La scoperta di Breuer
é ancor oggi la base della terapia
psicoanalitica. La tesi che i sintomi scompaiono quando
si sono rese coscienti le loro determinanti inconsce é stata confermata
da tutte le ulteriori ricerche benché quando
si intraprende il tentativo di applicare questa
teoria nella pratica si incontrino le più sorprendenti e inattese
complicazioni. La nostra terapia opera trasformando
in conscio ciò che é inconscio, e sortisce
qualche effetto solo nella misura in cui é
in condizioni di effettuare questa trasformazione. Debbo
ora fare rapidamente una piccola digressione, affinché non
corriate il pericolo di immaginarvi questo lavoro terapeutico come qualcosa
di troppo facile. Secondo quanto abbiamo sinora esposto, la nevrosi
sarebbe la conseguenza di una specie di ignoranza, del non conoscere
processi psichici di cui si dovrebbe avere nozione. Ciò
costituirebbe un forte avvicinamento alle
note dottrine socratiche secondo le quali
persino i vizi si basano
sull'ignoranza. Ebbene, al medico esperto nell'analisi
sarà di solito molto facile indovinare quali impulsi psichici sono
rimasti inconsci al singolo paziente. Non
dovrebbe quindi nemmeno riuscirgli difficile
guarire l'ammalato perché, comunicandogli quel che sa,
lo libera dalla sua ignoranza. In tal
modo si eliminerebbe perlomeno una parte del senso inconscio
dei sintomi; dell'altra parte, del nesso
dei sintomi con le esperienze dell'ammalato, il
medico, per la verità, non può indovinare molto: poiché
non conosce queste esperienze, deve
aspettare che l'ammalato le rammenti e gliele
racconti. Anche per questo tuttavia si può trovare,
in alcuni casi, un surrogato.
Ci si può informare presso i
congiunti dell'ammalato delle esperienze vissute
da quest'ultimo, e costoro saranno spesso in grado
di riconoscere tra di esse quelle che
hanno avuto un effetto traumatizzante e
forse di riferire perfino episodi di
cui l'ammalato non sa nulla, perché hanno avuto luogo nei
primissimi anni della sua vita. Combinando
questi due procedimenti, si avrebbe dunque la prospettiva di
porre rimedio in breve tempo e con poca fatica all'ignoranza
patogena dell'ammalato. Magari le cose stessero
così! Su questo punto abbiamo fatto esperienze
alle quali all'inizio non eravamo preparati. Tra sapere e sapere passa
differenza; ci sono tipi diversi di sapere, che non sono affatto psicologicamente
equivalenti: "Il y a fagots et fagots" [Ci
sono fascine e fascine], come dice Moliére. Il sapere del
medico non é lo stesso di quello dell'ammalato e non può
avere gli stessi effetti. Se il medico
trasmette il suo sapere all'ammalato come
semplice comunicazione, ciò non ha
alcun risultato. Ma no, sarebbe inesatto dire così; pur non eliminando
i sintomi, ottiene il risultato di mettere in moto l'analisi, di cui spesso
le manifestazioni di opposizione sono i
primi segni. L'ammalato sa quindi qualcosa che fino a quel
momento non sapeva, il senso del suo sintomo; eppure non lo
conosce più di prima. Apprendiamo così
che non si tratta solo di una
specie di ignoranza. Occorrerà un
certo approfondimento delle nostre conoscenze
psicologiche, per mostrarci in che consistano
le differenze. Ma la nostra tesi, che i sintomi svaniscono
con la conoscenza del loro significato, rimane comunque esatta.
Bisogna solo aggiungere che la conoscenza deve basarsi su un
cambiamento interiore dell'ammalato, quale può essere provocato
soltanto da un lavorio psichico avente un fine determinato.
Ci troviamo qui di fronte a problemi che presto
confluiranno a costituire una dinamica della formazione
del sintomo. Signori, ora devo farvi una
domanda: ciò che vi dico, non vi riesce troppo oscuro e complicato?
non vi confondo ricapitolando e rettificando così
spesso le mie affermazioni,
avviando ragionamenti e lasciandoli poi cadere? Se fosse
così, dovrebbe dispiacermi. Ma io ho una forte avversione
per le semplificazioni fatte a spese dell'aderenza alla verità,
non mi rincresce affatto che riceviate una piena impressione della multilateralità
e della complessità dell'argomento, e penso anche che
non ci sia nulla di male se su ogni punto vi dico più di quanto
possiate al momento mettere a profitto. So che ogni ascoltatore
e lettore mentalmente riassesta, abbrevia, semplifica ciò
che gli viene presentato e ne estrae quello che vuol
ritenere. Fino a un certo punto é
senz'altro vero che quanto più é abbondante
ciò che si ha a disposizione, tanto più
é quel che rimane. Lasciatemi sperare che, nonostante
tutti gli elementi accessori, abbiate
afferrato chiaramente l'essenziale di quanto vi ho esposto riguardo al
senso dei sintomi, all'inconscio e alla loro relazione.
Senza dubbio avete anche capito che nel nostro sforzo
ulteriore seguiremo due direzioni: in primo luogo per
apprendere come gli uomini si ammalino, come
possano giungere all'atteggiamento nevrotico verso la vita - il che é
un problema clinico - e, in secondo luogo, per sapere come dalle
condizioni determinanti la nevrosi si sviluppino i sintomi
patologici, il che rimane un problema di
dinamica psichica. Per questi due problemi dovrà ben
esserci da qualche parte un punto di convergenza.
Non voglio oggi procedere oltre;
tuttavia, poiché il nostro tempo non é ancora scaduto,
intendo richiamare la vostra attenzione su un altro carattere
delle nostre due analisi, il cui pieno
apprezzamento, ancora una volta, potrà aver luogo solo più
tardi: sulle lacune mnestiche o amnesie. Avete visto che il
compito del trattamento psicoanalitico può essere
espresso nella formula: rendere cosciente tutto
ciò che é inconscio in modo patogeno. Forse vi
stupirà ora apprendere che questa formula si può
anche sostituire con l'altra: riempire tutte
le lacune mnestiche dell'ammalato, abolire
le sue amnesie. Una cosa equivale
all'altra. Alle amnesie del nevrotico viene quindi attribuito
un nesso importante con l'insorgere dei suoi sintomi. Tuttavia,
se prendete in considerazione il caso della nostra prima analisi, non troverete
giustificata questa valutazione dell'amnesia. L'ammalata non ha
dimenticato la scena dalla quale prende le mosse la sua azione
ossessiva, al contrario, ne ha conservato un vivido ricordo e neanche,
nell'insorgere di questo sintomo, é entrato in gioco
qualcos'altro che é stato dimenticato. Meno
chiara, eppure in complesso analoga, é la situazione
nel caso della nostra seconda paziente, la fanciulla col cerimoniale
ossessivo. Anche lei, a ben vedere non ha dimenticato il suo comportamento
dei primi anni, il fatto che insisteva perché la porta tra
la camera da letto dei genitori e la
propria rimanesse aperta, e che cacciava la madre dal suo
posto nel letto matrimoniale; se ne
ricorda molto distintamente, seppure esitando e controvoglia.
La sola cosa che salta agli occhi é che la
prima paziente, pur nell'eseguire innumerevoli volte
la sua azione ossessiva, non una sola volta si é accorta della
somiglianza di questa con l'esperienza vissuta
dopo la prima notte nuziale, e che
questo ricordo non si é presentato nemmeno allorché
fu invitata con domande dirette a cercare
i motivi dell'azione ossessiva. Lo stesso vale
per la ragazza, nel cui caso, per di più, il cerimoniale e
i suoi spunti si riferiscono a una situazione che si ripete, identica,
tutte le sere. In entrambi i casi non esiste alcuna amnesia vera e propria,
alcuna perdita di memoria, ma é interrotto un nesso che
dovrebbe provocare la riproduzione, il riaffiorare del ricordo. Una
simile perturbazione della memoria é
sufficiente per la nevrosi ossessiva; per l'isteria é diverso.
Quest'ultima nevrosi é caratterizzata perlopiù
da amnesie davvero straordinarie.
Di solito, nell'analizzare ogni singolo sintomo
isterico, si viene condotti a un'intera catena di impressioni vissute
che, al loro ricomparire, vengono espressamente
designate come fino ad allora dimenticate. Questa catena
risale, da una parte, fino ai
primissimi anni di vita, così che l'amnesia isterica
può essere riconosciuta come una
diretta continuazione dell'amnesia infantile,
la quale nasconde alle persone normali gli inizi della loro vita psichica.
Dall'altra parte, apprendiamo con stupore che anche le più
recenti esperienze dei malati possono essere soggette a dimenticanza;
in particolare sono state corrose, se non del tutto divorate
dall'amnesia, le occasioni in cui la malattia é
scoppiata o si é intensificata. Dal
quadro complessivo di un ricordo recente di questo genere,
importanti particolari sono invariabilmente spariti o
sono stati sostituiti da falsificazioni della memoria. Anzi,
si verifica con quasi uguale regolarità che determinati ricordi
relativi a episodi recenti, ricordi che sono stati così
a lungo trattenuti e hanno
provocato lacune considerevoli nella connessione dei fatti,
affiorino soltanto poco prima della conclusione di un'analisi. Tali
menomazioni della facoltà mnemonica sono, come si é
detto, caratteristiche dell'isteria, nella quale
si presentano come sintomi anche
stati (gli attacchi isterici)
che non necessariamente lasciano traccia nel ricordo.
Se nella nevrosi ossessiva le cose stanno diversamente,
allora potete concludere che ciò che é
in gioco nelle amnesie isteriche
é una caratteristica psicologica
dell'alterazione che ha luogo nell'isteria,
e non una caratteristica universale delle nevrosi in genere. L'importanza
di questa differenza troverà un limite nella seguente considerazione.
Come "senso" di un sintomo abbiamo inteso contemporaneamente due cose:
il suo "da che cosa", e il suo "verso che cosa" o "per che cosa",
ossia le impressioni e gli episodi da cui trae origine, e gli intenti
cui serve. I1 "da che cosa" del sintomo si
risolve quindi in impressioni che sono
venute dall'esterno, le quali una volta furono necessariamente coscienti
e da allora possono essere diventate inconsce per dimenticanza. Il "per
che cosa" del sintomo, la sua tendenza, é invece ogni
volta un processo endopsichico, che può anche all'inizio essere
divenuto cosciente, ma che può, con altrettanta probabilità,
non essere mai stato cosciente ed essere rimasto nell'inconscio da sempre.
Non é molto importante se l'amnesia
ha colpito anche il "da che cosa", le esperienze sulle quali
si fonda il sintomo, come avviene nell'isteria;
é il "verso che cosa", la tendenza del sintomo, la quale può
essere stata inconscia fin dall'inizio, che ne prova la dipendenza
dall'inconscio, e non meno saldamente nella nevrosi ossessiva
che nell'isteria. Con questo risalto dato all'inconscio nella vita psichica
abbiamo però risvegliato gli spiriti più maligni
della critica contro la psicoanalisi. Non meravigliatevene, né
crediate che la resistenza contro di noi
derivi solo dalla comprensibile difficoltà
dell'inconscio o dalla relativa inaccessibilità delle
esperienze che ne provano l'esistenza.
A mio parere la sua origine é più
profonda. Nel corso dei tempi l'umanità ha dovuto sopportare
due grandi mortificazioni che la scienza
ha recato al suo ingenuo amore di sé. La prima, quando apprese che
la nostra terra non é il centro dell'universo, bensì una
minuscola particella di un sistema cosmico che, quanto a grandezza,
é difficilmente immaginabile. Questa scoperta
é associata per noi al nome di Copernico, benché già
la scienza alessandrina avesse proclamato qualcosa di simile.
La seconda mortificazione si é verificata
poi, quando la ricerca biologica annientò la pretesa posizione
di privilegio dell'uomo nella creazione, gli dimostrò
la sua provenienza dal regno animale e l'inestirpabilità della sua
natura animale. Questo sovvertimento di valori é
stato compiuto ai nostri giorni sotto l'influsso di Charles Darwin, di
Wallace e dei loro precursori, non senza la più violenta opposizione
dei loro contemporanei. Ma la terza e più
scottante mortificazione, la megalomania dell'uomo é
destinata a subirla da parte dell'odierna indagine psicologica, la
quale ha l'intenzione di dimostrare all'Io che non solo egli
non é padrone in casa propria, ma deve fare assegnamento
su scarse notizie riguardo a quello che
avviene inconsciamente nella sua psiche. Anche questo richiamo a
guardarsi dentro non siamo stati noi psicoanalisti
né i primi né i soli a proporlo,
ma sembra che tocchi a noi sostenerlo nel modo più energico e
corroborarlo con un materiale empirico che tocca da vicino tutti
quanti gli uomini. Di qui la generale
ribellione contro la nostra scienza, l'inosservanza
di ogni norma di urbanità accademica
e lo svincolarsi degli oppositori da
tutti i freni della logica imparziale. A
ciò si aggiunga ancora che ci é toccato turbare la
pace di questo mondo anche in altro modo, come presto udrete.