a fissazione al trauma - l'inconscio

lezione 18

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Lezione 18

LA FISSAZIONE AL TRAUMA. L'INCONSCIO






Signore e Signori, la volta scorsa dissi che avremmo proseguito il nostro lavoro tenendo presenti non inostri dubbi ma le nostre scoperte. Ci restano ancora da discutere due fra le più interessanti conseguenze delle due analisi che abbiamo preso come esempio.
Esaminiamo la prima di queste conseguenze. Entrambe le pazienti ci danno l段mpressione di essere "fissate" a un determinato periodo del loro passato, di non sapersene liberare, di essere perciò estraniate dal presente e dal futuro. Esse sono rinchiuse nella loro malattia come in epoche precedenti si usava ritirarsi in un chiostro per portarvi a compimento un difficile destino. Nel caso della nostra prima paziente é stata l'unione con il marito, cui in realtà ha rinunciato, a esserle fatale. Attraverso i suoi sintomi essa continua il processo a suo marito; abbiamo imparato il significato delle voci che perorano la causa di lui, lo scusano, lo innalzano, lamentano la sua perdita. Benché essa sia giovane e desiderabile per altri uomini, ha preso tutte le precauzioni reali e immaginarie (magiche) per restargli fedele. Non si mostra a occhi estranei, trascura il proprio aspetto, ha inoltre difficoltà ad alzarsi dalla poltrona in cui é seduta, rifiuta di firmare col proprio nome, non può fare un regalo a nessuno, con la scusa che nessuno deve avere qualcosa da lei. Nel caso della nostra seconda paziente, la giovinetta, il medesimo effetto per la sua vita é esercitato da un attaccamento erotico al padre instauratosi negli anni precedenti la pubertà. Essa ha anche tratto per sé la conclusione che non può sposarsi finché é così ammalata.
E' lecito supporre che si sia ammalata così per non doversi sposare e per rimanere accanto al padre. Non possiamo respingere la questione del perché, per quale via e in forza di quali motivi si giunga a un atteggiamento così sorprendente e svantaggioso nei confronti dell'esistenza, nell'ipotesi che questo modo di atteggiarsi sia un carattere generale delle nevrosi e non una peculiarità di queste due malate. In effetti, esso é un tratto generale, molto importante dal punto di vista pratico, di ogni nevrosi. La prima paziente isterica di Breuer era fissata in modo analogo all'epoca in cui aveva assistito il proprio padre gravemente ammalato: da allora, nonostante si sia ristabilita, sotto un certo aspetto ha chiuso con la vita; é rimasta sana ed efficiente, ma ha evitato il normale destino della donna.
L'analisi ci permette di scoprire che ognuno dei nostri pazienti si é riportato indietro, nei sintomi della malattia e attraverso le conseguenze che da essi derivano, a un determinato periodo del suo passato. Nella maggioranza dei casi il paziente ha scelto a questo scopo addirittura una fase molto remota della sua vita, un periodo della sua infanzia e perfino, per quanto ciò possa suonare ridicolo, della sua esistenza come lattante.
L'analogia più vicina a questo comportamento dei nostri nervosi é offerta dalle malattie che proprio ora la guerra fa insorgere con particolare frequenza, le cosiddette nevrosi traumatiche. Casi simili si presentavano naturalmente anche prima della guerra, in seguito a scontri ferroviari e ad altri spaventosi rischi mortali. Ma le nevrosi traumatiche non sono sostanzialmente la stessa cosa delle nevrosi spontanee che siamo soliti indagare e curare analiticamente; finora non siamo nemmeno riusciti a ricondurle nel nostro quadro teorico e io spero di potervi spiegare un giorno da che cosa dipenda questa limitazione. In un punto però possiamo rilevare una completa concordanza. Le nevrosi traumatiche offrono chiari indizi che alla loro base c'é una fissazione al momento dell'incidente traumatico. Nei loro sogni questi ammalati ripetono regolarmente la situazione traumatica; dove compaiono attacchi di tipo isterico, che permettono un'analisi, si viene a scoprire che l'attacco corrisponde a una trasposizione completa nella situazione anzidetta.
E' come se questi ammalati non fossero venuti a capo della situazione traumatica, come se questa stesse dinanzi a loro quale compito attuale non sormontato; e noi prendiamo molto sul serio questa concezione: essa ci indica la via verso una considerazione, diciamo così, economica dei processi psichici. Anzi l'espressione "traumatico" non ha altro senso se non questo, economico. Con essa noi designiamo un'esperienza che nei limiti di un breve lasso di tempo apporta alla vita psichica un incremento di stimoli talmente forte che la sua liquidazione o elaborazione nel modo usuale non riesce, donde é giocoforza che ne discendano disturbi permanenti nell'economia energetica della psiche.
Questa analogia ci induce nella tentazione di designare come traumatiche anche quelle esperienze alle quali i nostri nervosi sembrano fissati. Ci sarebbe in tal modo prospettata una semplice condizione determinante per l'insorgere della malattia nevrotica. La nevrosi sarebbe da equipararsi a una malattia traumatica e insorgerebbe per l'incapacità di risolvere un'esperienza che ha una tonalità affettiva eccessiva. Tale era in realtà anche la prima formula con la quale Breuer e io, nel 1893-95, demmo il resoconto teorico delle nostre nuove osservazioni. Un caso come quello della nostra prima paziente, la giovane donna separata dal marito, rientra molto bene in questa concezione. Essa non ha superato l'inattuabilità del suo matrimonio ed é rimasta attaccata a questo trauma. Ma già il nostro secondo caso, quello della fanciulla vittima di una fissazione verso il padre, ci mostra che la formula non é sufficientemente ampia. Da una parte, un tale innamoramento della bambina per il padre é qualcosa di così comune e così frequentemente superato che la designazione "traumatico", se venisse qui applicata, perderebbe ogni consistenza; d'altra parte, la storia dell'ammalata ci insegna che questa prima fissazione erotica fu superata apparentemente senza conseguenze e solo parecchi anni più tardi fece di nuovo apparizione nei sintomi della nevrosi ossessiva. Qui dunque s'intravedono complicazioni, una più ricca gamma di condizioni che determinano l'insorgere della malattia; ma presentiamo anche che non si deve abbandonare come erroneo il punto di vista traumatico, che potrà inserirsi e subordinarsi in qualche altro contesto. Qui interrompiamo di nuovo il cammino che abbiamo intrapreso.
Per il momento esso non conduce più avanti, e noi abbiamo ogni sorta di altre cose da apprendere prima di ritrovarne il giusto proseguimento. Aggiungiamo solo, riguardo al tema della fissazione a una determinata fase del passato, che una simile evenienza si estende molto al di là della nevrosi.
Ogni nevrosi contiene una fissazione di questo genere, ma non ogni fissazione conduce alla nevrosi, coincide con la nevrosi o si instaura tramite la nevrosi. Un tipico modello di fissazione affettiva a qualcosa di passato é il lutto, che implica in verità il più completo distacco dal presente e dal futuro. Il lutto si differenzia però nettamente dalla nevrosi anche per il profano. Ci sono, per contro, nevrosi che possono essere definite come una forma patologica di lutto. Accade anche che, a causa di un evento traumatico che scuote quelli che erano stati fino ad allora i fondamenti della sua esistenza, un individuo subisca una tale scossa da perdere ogni interesse per il presente e il futuro e da rimanere assorbito psichicamente dal passato in maniera durevole; non per questo però lo sventurato é destinato a diventare nevrotico. Non sopravvaluteremo quindi questo tratto nel caratterizzare la nevrosi, per quanto regolarmente presente e per quanto importante possa essere di solito. Veniamo ora al secondo risultato delle nostre analisi, che non richiederà alcuna riserva successiva.
Abbiamo riferito, a proposito della nostra prima paziente, come essa eseguisse una insensata azione ossessiva e raccontasse, in riferimento a essa, un ricordo intimo della sua vita passata; in seguito abbiamo anche esaminato questo collegamento tra azione e ricordo e indovinato di qui l'intenzione dell'azione ossessiva. Abbiamo però completamente tralasciato un fattore che merita tutta la nostra attenzione. Per quanto continuasse a ripetere l'azione ossessiva, la paziente non sapeva affatto che così facendo si riallacciava all'esperienza da lei vissuta.
La connessione tra le due le rimaneva nascosta, e doveva rispondere, conformemente al vero, di non conoscere l'impulso che la spingeva a comportarsi così. Poi, sotto l'influsso della cura, accadde improvvisamente che essa scoprì quel nesso e poté comunicarlo. Continuava tuttavia a non sapere nulla dell'intenzione alla quale ubbidiva eseguendo l'azione ossessiva, l'intenzione cioè di correggere un brano penoso del suo passato e di mettere su un piano più alto l'uomo da lei amato. Occorse un bel po' di tempo e costò molta fatica farle comprendere e indurla a convenire con me che solo un motivo del genere poteva essere stato la forza propulsiva della sua azione ossessiva. La connessione con la scena avvenuta dopo la disgraziata notte nuziale, e il tenero motivo dell'ammalata, danno insieme ciò che abbiamo chiamato il "senso" dell'azione ossessiva. Ma mentre eseguiva l'azione ossessiva questo senso le era rimasto ignoto in entrambe le direzioni: sia "da che cosa" che "per che cosa". In lei avevano quindi agito certi processi psichici, di cui l'azione ossessiva era appunto l'effetto; essa aveva percepito l'effetto secondo la disposizione psichica normale, ma nessuna cognizione delle premesse psichiche di questo effetto era giunta alla sua coscienza. Essa si era comportata in tutto e per tutto come quell'individuo cui Bernheim durante l'ipnosi impartì l'ordine di aprire un ombrello cinque minuti dopo il risveglio, nella sala dell'ospedale: destatosi, costui eseguì l'istruzione, ma non seppe addurre alcun motivo per quanto aveva fatto.
E' una situazione di questo genere che noi abbiamo presente quando parliamo di processi psichici inconsci. Possiamo sfidare chiunque a rendere conto di questo stato di cose in un modo scientificamente più corretto, e se qualcuno ci riuscirà, rinunceremo volentieri all'ipotesi che esistano processi psichici inconsci. Fino a quel momento ci atterremo però a questa ipotesi e, se qualcuno vuole obiettarci che quell'inconscio non é niente di reale dal punto di vista scientifico, che é un espediente, "une façon de parler", dobbiamo respingere questa obiezione con una rassegnata alzata di spalle, come davanti a qualcosa di incomprensibile. Come se potesse non essere reale una cosa da cui hanno origine effetti tanto tangibilmente reali come un'azione ossessiva! La stessa cosa, in fondo, riscontriamo nella nostra seconda paziente. Essa si é creata una regola, che il cuscino non debba toccare la testata del letto, e deve seguire questa regola, ma non sa da dove essa provenga, che cosa significhi e a quali motivi debba il suo potere.
Il fatto che lei stessa la consideri una cosa irrilevante ovvero si impunti, si infuri contro di essa, si proponga di trasgredirla, non fa differenza ai fini dell'esecuzione. Essa deve venir osservata e invano lei si chiede perché. Si deve pur riconoscere che questi sintomi della nevrosi ossessiva, queste rappresentazioni e impulsi che emergono non si sa da dove, che si mostrano talmente refrattari a ogni influsso della psiche, pur normalissima per altri aspetti, da dare agli ammalati stessi l'impressione di essere ospiti strapotenti venuti da un mondo estraneo, esseri immortali che si sono mescolati alla folla dei mortali, si deve pur riconoscere, dicevo, che questi sintomi contengono il più chiaro accenno a una particolare sfera della vita psichica, separata dal resto.
Da questi sintomi una strada, che non si può non imboccare, porta alla convinzione che nella psiche esista l'inconscio ed é proprio per questo che la psichiatria clinica, la quale conosce soltanto una psicologia della coscienza, non sa che altro fare dei sintomi, se non spacciarli per indizi di un particolare tipo di degenerazione. Naturalmente le idee ossessive e gli impulsi ossessivi sono in sé stessi tanto poco inconsci, quanto poco l'esecuzione delle azioni ossessive sfugge alla percezione conscia. Non sarebbero diventati sintomi, se non si fossero spinti fino alla coscienza. Tuttavia le loro premesse psichiche, che deduciamo mediante l'analisi, le connessioni in cui li inseriamo mediante l'interpretazione, sono inconsce, almeno fintantoché non le abbiamo rese coscienti all'ammalato attraverso il lavoro dell'analisi. Aggiungete, ora, che questo stato di cose costatato nei nostri due casi trova conferma in tutti i sintomi di tutte le malattie nevrotiche, che il senso dei sintomi é sempre e ovunque sconosciuto all'ammalato, che l'analisi mostra regolarmente come questi sintomi siano le propaggini di processi inconsci, i quali però, poste svariate condizioni favorevoli, possono essere resi consci; capirete così che noi in psicoanalisi non possiamo fare a meno dello psichismo inconscio e siamo avvezzi a operare con esso come con qualcosa di sensorialmente tangibile.
Ma forse comprenderete anche quanto poco capaci di formarsi un giudizio su questa questione siano tutti gli altri, tutti coloro che conoscono l'inconscio soltanto come un concetto, che non hanno mai analizzato, mai interpretato sogni o ricavato dai sintomi nevrotici un senso e un'intenzione. Per dirlo ancora una volta in vista dei nostri scopi: la possibilità di dare un senso ai sintomi nevrotici mediante l'interpretazione analitica é una prova irrefutabile dell'esistenza - o, se preferite, della necessità dell'ipotesi - dei processi psichici inconsci. Questo però non é tutto. Grazie a una seconda scoperta di Breuer, che mi sembra persino più ricca di significato dell'altra e che egli non condivide con nessuno, apprendiamo ancora di più sulla relazione tra l'inconscio e i sintomi nevrotici.
Non solo, di norma, il senso dei sintomi é inconscio; esiste anche un rapporto di intercambiabilità fra questa inconsapevolezza e la possibilità di esistenza dei sintomi stessi. Capirete subito che cosa voglio dire. Affermo, con Breuer, che ogniqualvolta ci imbattiamo in un sintomo possiamo inferire che nell'ammalato esistono determinati processi inconsci, i quali contengono appunto il senso del sintomo. Ma é anche necessario che questo senso sia inconscio, affinché il sintomo si instauri. Processi consci non danno luogo a sintomi; non appena i processi inconsci in gioco sono divenuti consci, il sintomo scompare. Ravvisate qui tutt'a un tratto una via di accesso alla terapia, un modo per fare scomparire i sintomi. In questo modo Breuer guarì effettivamente la sua paziente isterica, ossia la liberò dai suoi sintomi; egli trovò una tecnica per farle affiorare alla coscienza i processi inconsci che contenevano il senso del sintomo, e i sintomi scomparvero. Questa scoperta di Breuer non fu il risultato di una speculazione bensì di una fortunata osservazione, resa possibile dalla cooperazione dell'ammalata. Non sforzatevi adesso inutilmente di comprenderla riconducendola a qualcos'altro che già vi é noto, ma ravvisate piuttosto in essa un nuovo dato di fatto fondamentale, con l'aiuto del quale molte altre cose diventeranno intelligibili. Permettetemi perciò di ripetervi la stessa cosa in altra forma. La formazione del sintomo é un sostituto di qualcos'altro che non ha avuto luogo.
Certi processi psichici avrebbero normalmente dovuto svilupparsi fino al punto che la coscienza ne avesse cognizione. Ciò non é accaduto e dai processi interrotti, in qualche modo perturbati, che hanno dovuto rimanere inconsci, é scaturito il sintomo. E' dunque avvenuto qualcosa di analogo a uno scambio; se si riesce a farlo recedere, la terapia dei sintomi nevrotici ha ottenuto il suo scopo. La scoperta di Breuer é ancor oggi la base della terapia psicoanalitica. La tesi che i sintomi scompaiono quando si sono rese coscienti le loro determinanti inconsce é stata confermata da tutte le ulteriori ricerche benché quando si intraprende il tentativo di applicare questa teoria nella pratica si incontrino le più sorprendenti e inattese complicazioni. La nostra terapia opera trasformando in conscio ciò che é inconscio, e sortisce qualche effetto solo nella misura in cui é in condizioni di effettuare questa trasformazione. Debbo ora fare rapidamente una piccola digressione, affinché non corriate il pericolo di immaginarvi questo lavoro terapeutico come qualcosa di troppo facile. Secondo quanto abbiamo sinora esposto, la nevrosi sarebbe la conseguenza di una specie di ignoranza, del non conoscere processi psichici di cui si dovrebbe avere nozione. Ciò costituirebbe un forte avvicinamento alle note dottrine socratiche secondo le quali persino i vizi si basano sull'ignoranza. Ebbene, al medico esperto nell'analisi sarà di solito molto facile indovinare quali impulsi psichici sono rimasti inconsci al singolo paziente. Non dovrebbe quindi nemmeno riuscirgli difficile guarire l'ammalato perché, comunicandogli quel che sa, lo libera dalla sua ignoranza. In tal modo si eliminerebbe perlomeno una parte del senso inconscio dei sintomi; dell'altra parte, del nesso dei sintomi con le esperienze dell'ammalato, il medico, per la verità, non può indovinare molto: poiché non conosce queste esperienze, deve aspettare che l'ammalato le rammenti e gliele racconti. Anche per questo tuttavia si può trovare, in alcuni casi, un surrogato.
Ci si può informare presso i congiunti dell'ammalato delle esperienze vissute da quest'ultimo, e costoro saranno spesso in grado di riconoscere tra di esse quelle che hanno avuto un effetto traumatizzante e forse di riferire perfino episodi di cui l'ammalato non sa nulla, perché hanno avuto luogo nei primissimi anni della sua vita. Combinando questi due procedimenti, si avrebbe dunque la prospettiva di porre rimedio in breve tempo e con poca fatica all'ignoranza patogena dell'ammalato. Magari le cose stessero così! Su questo punto abbiamo fatto esperienze alle quali all'inizio non eravamo preparati. Tra sapere e sapere passa differenza; ci sono tipi diversi di sapere, che non sono affatto psicologicamente equivalenti: "Il y a fagots et fagots" [Ci sono fascine e fascine], come dice Moliére. Il sapere del medico non é lo stesso di quello dell'ammalato e non può avere gli stessi effetti. Se il medico trasmette il suo sapere all'ammalato come semplice comunicazione, ciò non ha alcun risultato. Ma no, sarebbe inesatto dire così; pur non eliminando i sintomi, ottiene il risultato di mettere in moto l'analisi, di cui spesso le manifestazioni di opposizione sono i primi segni. L'ammalato sa quindi qualcosa che fino a quel momento non sapeva, il senso del suo sintomo; eppure non lo conosce più di prima. Apprendiamo così che non si tratta solo di una specie di ignoranza. Occorrerà un certo approfondimento delle nostre conoscenze psicologiche, per mostrarci in che consistano le differenze. Ma la nostra tesi, che i sintomi svaniscono con la conoscenza del loro significato, rimane comunque esatta. Bisogna solo aggiungere che la conoscenza deve basarsi su un cambiamento interiore dell'ammalato, quale può essere provocato soltanto da un lavorio psichico avente un fine determinato. Ci troviamo qui di fronte a problemi che presto confluiranno a costituire una dinamica della formazione del sintomo. Signori, ora devo farvi una domanda: ciò che vi dico, non vi riesce troppo oscuro e complicato? non vi confondo ricapitolando e rettificando così spesso le mie affermazioni, avviando ragionamenti e lasciandoli poi cadere? Se fosse così, dovrebbe dispiacermi. Ma io ho una forte avversione per le semplificazioni fatte a spese dell'aderenza alla verità, non mi rincresce affatto che riceviate una piena impressione della multilateralità e della complessità dell'argomento, e penso anche che non ci sia nulla di male se su ogni punto vi dico più di quanto possiate al momento mettere a profitto. So che ogni ascoltatore e lettore mentalmente riassesta, abbrevia, semplifica ciò che gli viene presentato e ne estrae quello che vuol ritenere. Fino a un certo punto é senz'altro vero che quanto più é abbondante ciò che si ha a disposizione, tanto più é quel che rimane. Lasciatemi sperare che, nonostante tutti gli elementi accessori, abbiate afferrato chiaramente l'essenziale di quanto vi ho esposto riguardo al senso dei sintomi, all'inconscio e alla loro relazione. Senza dubbio avete anche capito che nel nostro sforzo ulteriore seguiremo due direzioni: in primo luogo per apprendere come gli uomini si ammalino, come possano giungere all'atteggiamento nevrotico verso la vita - il che é un problema clinico - e, in secondo luogo, per sapere come dalle condizioni determinanti la nevrosi si sviluppino i sintomi patologici, il che rimane un problema di dinamica psichica. Per questi due problemi dovrà ben esserci da qualche parte un punto di convergenza.

Non voglio oggi procedere oltre; tuttavia, poiché il nostro tempo non é ancora scaduto, intendo richiamare la vostra attenzione su un altro carattere delle nostre due analisi, il cui pieno apprezzamento, ancora una volta, potrà aver luogo solo più tardi: sulle lacune mnestiche o amnesie. Avete visto che il compito del trattamento psicoanalitico può essere espresso nella formula: rendere cosciente tutto ciò che é inconscio in modo patogeno. Forse vi stupirà ora apprendere che questa formula si può anche sostituire con l'altra: riempire tutte le lacune mnestiche dell'ammalato, abolire le sue amnesie. Una cosa equivale all'altra. Alle amnesie del nevrotico viene quindi attribuito un nesso importante con l'insorgere dei suoi sintomi. Tuttavia, se prendete in considerazione il caso della nostra prima analisi, non troverete giustificata questa valutazione dell'amnesia. L'ammalata non ha dimenticato la scena dalla quale prende le mosse la sua azione ossessiva, al contrario, ne ha conservato un vivido ricordo e neanche, nell'insorgere di questo sintomo, é entrato in gioco qualcos'altro che é stato dimenticato. Meno chiara, eppure in complesso analoga, é la situazione nel caso della nostra seconda paziente, la fanciulla col cerimoniale ossessivo. Anche lei, a ben vedere non ha dimenticato il suo comportamento dei primi anni, il fatto che insisteva perché la porta tra la camera da letto dei genitori e la propria rimanesse aperta, e che cacciava la madre dal suo posto nel letto matrimoniale; se ne ricorda molto distintamente, seppure esitando e controvoglia. La sola cosa che salta agli occhi é che la prima paziente, pur nell'eseguire innumerevoli volte la sua azione ossessiva, non una sola volta si é accorta della somiglianza di questa con l'esperienza vissuta dopo la prima notte nuziale, e che questo ricordo non si é presentato nemmeno allorché fu invitata con domande dirette a cercare i motivi dell'azione ossessiva. Lo stesso vale per la ragazza, nel cui caso, per di più, il cerimoniale e i suoi spunti si riferiscono a una situazione che si ripete, identica, tutte le sere. In entrambi i casi non esiste alcuna amnesia vera e propria, alcuna perdita di memoria, ma é interrotto un nesso che dovrebbe provocare la riproduzione, il riaffiorare del ricordo. Una simile perturbazione della memoria é sufficiente per la nevrosi ossessiva; per l'isteria é diverso. Quest'ultima nevrosi é caratterizzata perlopiù da amnesie davvero straordinarie.
Di solito, nell'analizzare ogni singolo sintomo isterico, si viene condotti a un'intera catena di impressioni vissute che, al loro ricomparire, vengono espressamente designate come fino ad allora dimenticate. Questa catena risale, da una parte, fino ai primissimi anni di vita, così che l'amnesia isterica può essere riconosciuta come una diretta continuazione dell'amnesia infantile, la quale nasconde alle persone normali gli inizi della loro vita psichica. Dall'altra parte, apprendiamo con stupore che anche le più recenti esperienze dei malati possono essere soggette a dimenticanza; in particolare sono state corrose, se non del tutto divorate dall'amnesia, le occasioni in cui la malattia é scoppiata o si é intensificata. Dal quadro complessivo di un ricordo recente di questo genere, importanti particolari sono invariabilmente spariti o sono stati sostituiti da falsificazioni della memoria. Anzi, si verifica con quasi uguale regolarità che determinati ricordi relativi a episodi recenti, ricordi che sono stati così a lungo trattenuti e hanno provocato lacune considerevoli nella connessione dei fatti, affiorino soltanto poco prima della conclusione di un'analisi. Tali menomazioni della facoltà mnemonica sono, come si é detto, caratteristiche dell'isteria, nella quale si presentano come sintomi anche stati (gli attacchi isterici) che non necessariamente lasciano traccia nel ricordo. Se nella nevrosi ossessiva le cose stanno diversamente, allora potete concludere che ciò che é in gioco nelle amnesie isteriche é una caratteristica psicologica dell'alterazione che ha luogo nell'isteria, e non una caratteristica universale delle nevrosi in genere. L'importanza di questa differenza troverà un limite nella seguente considerazione. Come "senso" di un sintomo abbiamo inteso contemporaneamente due cose: il suo "da che cosa", e il suo "verso che cosa" o "per che cosa", ossia le impressioni e gli episodi da cui trae origine, e gli intenti cui serve. I1 "da che cosa" del sintomo si risolve quindi in impressioni che sono venute dall'esterno, le quali una volta furono necessariamente coscienti e da allora possono essere diventate inconsce per dimenticanza. Il "per che cosa" del sintomo, la sua tendenza, é invece ogni volta un processo endopsichico, che può anche all'inizio essere divenuto cosciente, ma che può, con altrettanta probabilità, non essere mai stato cosciente ed essere rimasto nell'inconscio da sempre.
Non é molto importante se l'amnesia ha colpito anche il "da che cosa", le esperienze sulle quali si fonda il sintomo, come avviene nell'isteria; é il "verso che cosa", la tendenza del sintomo, la quale può essere stata inconscia fin dall'inizio, che ne prova la dipendenza dall'inconscio, e non meno saldamente nella nevrosi ossessiva che nell'isteria. Con questo risalto dato all'inconscio nella vita psichica abbiamo però risvegliato gli spiriti più maligni della critica contro la psicoanalisi. Non meravigliatevene, né crediate che la resistenza contro di noi derivi solo dalla comprensibile difficoltà dell'inconscio o dalla relativa inaccessibilità delle esperienze che ne provano l'esistenza.
A mio parere la sua origine é più profonda. Nel corso dei tempi l'umanità ha dovuto sopportare due grandi mortificazioni che la scienza ha recato al suo ingenuo amore di sé. La prima, quando apprese che la nostra terra non é il centro dell'universo, bensì una minuscola particella di un sistema cosmico che, quanto a grandezza, é difficilmente immaginabile. Questa scoperta é associata per noi al nome di Copernico, benché già la scienza alessandrina avesse proclamato qualcosa di simile.
La seconda mortificazione si é verificata poi, quando la ricerca biologica annientò la pretesa posizione di privilegio dell'uomo nella creazione, gli dimostrò la sua provenienza dal regno animale e l'inestirpabilità della sua natura animale. Questo sovvertimento di valori é stato compiuto ai nostri giorni sotto l'influsso di Charles Darwin, di Wallace e dei loro precursori, non senza la più violenta opposizione dei loro contemporanei. Ma la terza e più scottante mortificazione, la megalomania dell'uomo é destinata a subirla da parte dell'odierna indagine psicologica, la quale ha l'intenzione di dimostrare all'Io che non solo egli non é padrone in casa propria, ma deve fare assegnamento su scarse notizie riguardo a quello che avviene inconsciamente nella sua psiche. Anche questo richiamo a guardarsi dentro non siamo stati noi psicoanalisti né i primi né i soli a proporlo, ma sembra che tocchi a noi sostenerlo nel modo più energico e corroborarlo con un materiale empirico che tocca da vicino tutti quanti gli uomini. Di qui la generale ribellione contro la nostra scienza, l'inosservanza di ogni norma di urbanità accademica e lo svincolarsi degli oppositori da tutti i freni della logica imparziale. A ciò si aggiunga ancora che ci é toccato turbare la pace di questo mondo anche in altro modo, come presto udrete.


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