paesaggio notturno fantastico

Una storia del Terzo Calender

o la ineluttabilità del Fato

icona per espandere il menu interno
Table of Contents

[un tentativo disperato]

«Il giorno dopo, mi avvidi di trovarmi in una piccola isola disabitata.

Nel mentre ch’io rimetteva a Dio la cura di disporre [91] della mia sorte secondo la sua volontà, scopersi un piccolo bastimento che veniva a gonfie vele verso l’isola. Salii sopra un albero foltissimo, da dove potea, non visto, osservare ogni cosa. Il bastimento venne a situarsi in un piccolo seno; sbarcarono dieci schiavi, portanti una pala ed altri strumenti adatti a svolgere la terra. Camminarono verso il mezzo dell’isola ove li vidi arrestarsi e smuover per qualche tempo il terreno; dai loro atti mi parve che sollevassero una botola. Tornarono poscia al bastimento, sbarcarono molte specie di provvigioni ed ognuno se ne fece un carico, che portò dove avevano smossa prima la terra, e vi discesero: ond’io compresi esservi un sotterraneo. Li vidi un’altra volta andare al vascello ed uscirne con un vecchio, che conduceva seco un giovane bellissimo di quattordici o quindici anni. Tutti discesero ov’era levata la botola, e quando furono risaliti, abbassata e ricopertala di terra, si diressero verso il naviglio.

Mi accorsi allora che il giovane non era con loro, e perciò conchiusi esser lui rimasto nel sotterraneo, e ne restai maravigliato.

Il vecchio e gli schiavi s’imbarcarono, e il bastimento, sciolte le vele, riprese la via del continente.

Quando lo vidi tanto lungi da non essere scoperto dall’equipaggio, scesi dall’albero e andai difilato al luogo dove avea veduto smuovere la terra. La smossi io pure, finché trovata una pietra, l’alzai e vidi che copriva l’entrata d’una scala pure di pietra; scesi, e mi trovai al basso in una grande stanza, ove un giovine stava seduto con un ventaglio in mano.

Questi fu sorpreso nel vedermi, ma, per rassicurarlo, gli dissi entrando:

— Chiunque siate, o signore, non temete di nulla.

Un Re figliuolo di Re come io sono, non è capace di farvi la menoma ingiuria.

Il giovane si rassicurò a tali parole, e pregommi con volto ridente a sedermi vicino a lui; poscia mi disse:

— Principe, v’intratterrò di cose che vi faranno meraviglia, tanto sono singolari. Mio padre da lungo tempo era ammogliato senza avere figliuoli, quando fu avvertito in sogno che avrebbe avuto un figlio, la cui vita non sarebbe di lunga durata, il che gli procurò molta pena. Alcuni giorni dopo, mia madre gli annunziò di essere incinta, e il tempo in cui credeva aver concepito corrispondeva col giorno del sogno: essa si sgravò di me e si fece nella famiglia gran tripudio. [92] Mio padre, che aveva esattamente osservato il momento della mia nascita, consultò gli astrologhi i quali gli dissero:

— Vostro figlio vivrà senza accidenti fino all’età di quindici anni: ma allora, correrà rischio di perder la vita.

A quel tempo, aggiunsero, la statua equestre di bronzo, ch’è sulla cima della montagna di calamita, sarà rovesciata nel mare dal Principe Agib, figlio del Re di Cassib, e gli astri annunziano che cinquanta giorni dopo vostro figlio dovrà essere ucciso da quello stesso Principe. Siccome questa predizione si accordava col sogno di mio padre, ei ne fu veramente commosso e addolorato. Non lasciò pertanto di prender molta cura della mia educazione fino a quest’anno, ch’è il quindicesimo di mia età. Ha saputo ieri che il cavaliere di bronzo è stato gittato in mare dal Principe nominatovi.

Sulla predizione degli astrologhi ha cercato il mezzo d’ingannare il mio oroscopo e conservarmi la vita. Da molto tempo ha preso la cura di far costruire questa dimora per tenermi nascosto durante cinquanta giorni, allorché saprebbe rovesciata la statua. Perciò come ha saputo esserlo stata da dieci giorni, venne subito a nascondermi qui, promettendomi che nel quarantesimo verrebbe a riprendermi.

Mentre il giovinetto mi parlava in tal guisa, io mi burlavo fra me e me degli astrologhi cui avean predetto ch’io gli toglierei la vita, e mi sentii sì lontano dal verificare la predizione, che gli dissi con trasporto:

— Caro signore, confidate nella bontà di Dio, e non temete di nulla. Son lieto, dopo aver naufragato, di trovarmi felicemente qui per difendervi da chiunque volesse attentare a’ vostri giorni.

Con tal discorso lo rassicurai. Mi astenni per paura di spaventarlo, di dirgli ch’io era il temuto Agib, ed ebbi cura di non dargliene alcun sospetto.

Mangiammo insieme delle sue provvigioni, perché egli ne aveva tante da sopravvanzargliene alla fine dei quaranta giorni, quand’anche avesse avuti più ospiti di me. Dopo la cena continuammo ad intrattenerci qualche tempo, e poscia ci riposammo.

Infine sotto quel sotterraneo passammo trentanove giorni col più gran piacere del mondo.

[il giorno fatale]

Giunse il quarantesimo, e la mattina, il giovine svegliandosi, mi disse con trasporto di gioia:

— Principe, eccomi oggi al quarantesimo giorno, e grazie a Dio e alla vostra buona compagnia non sono ancor morto. Mio padre non mancherà di mostrarvi la sua riconoscenza, e di fornirvi tutti i mezzi necessari per ritornar nel vostro regno: ma intanto — egli soggiunse — vi supplico di voler riscaldare un poco d’acqua per lavarmi tutto il corpo in un bagno portatile; mi voglio ripulire e cangiar d’abito, per meglio ricevere mio padre.

Io posi l’acqua sul fuoco, e quando fu tiepida ne riempii il bagno portatile; il giovine vi si pose dentro, lo lavai e lo asciugai io stesso. Indi uscito, si coricò nel suo letto e lo copersi colla sua coltre. Poiché fu riposato ed ebbe dormito qualche tempo, mi disse:

— Principe, compiacetevi di portarmi un melone.

Dei molti meloni che ci restavano scelsi il migliore e lo posi in un piatto; e siccome non trovava un coltello per tagliarlo, domandai al giovane se sapesse dove fossero.

— Ve n’è uno — mi rispose — su questa cornice al di sopra della mia testa.

Infatti lo vidi; mi affrettai talmente per prenderlo, che quando l’ebbi in mano, il mio piede s’inviluppò in modo tale nelle coltri ch’io caddi sventuratamente sul giovane, immergendogli il coltello nel cuore, ond’ei spirò all’istante. A tale spettacolo mandai un grido di dolore. Poscia alzando le mani e la testa al Cielo, esclamai:

— Signore, vi domando perdono, e se sono colpevole della morte di questo giovine non mi lasciate vivere più a lungo!

Nulladimeno, riflettendo non esser le mie lacrime capaci di far rivivere il giovine, e che sarei stato sorpreso da suo padre, uscii dal sotterraneo.

Vi era vicino al sotterraneo un grand’albero, le cui fronde foltissime mi parvero adatte a nascondermi; mi vi situai in modo da non poter essere scoperto, ed aspettai gli eventi.

Sbarcarono il vecchio e gli schiavi, e tosto si avanzarono verso il sotterraneo: alzarono la pietra e discesero. Chiamano il giovane per nome, ma non risponde; si raddoppia il loro timore: lo cercano e lo trovano finalmente sul letto col coltello in mezzo al cuore, non avendo io avuto il coraggio di cavarglielo.

A tal vista ruppero in grida di dolore; il vecchio cadde svenuto; gli schiavi, per fargli prender aria, lo portano a piè dell’albero su cui mi trovavo.»

📂 In questa sezioneIn this section

  • Una storia del Terzo Calender, o la ineluttabilità del Fato: nulla può impedire che una profezia nefasta di avveri