CAPITOLO LXV

Don Chisciotte, 2° volume

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Allorché don Chisciotte uscì di Barcellona, si voltò a guardare il sito dov'era caduto, e disse: — Qua fu Troia, qua la sventura mia e non la mia viltà mi tolse i trofei e le conquiste; qui la sorte usò meco de' suoi dritti e de' suoi torti, qua si oscurò la luce delle mie prodezze; qua infine cadde la mia ventura per non rialzarsi mai più.»

Ciò udendo Sancio, soggiunse: — Tanto è da bravi cuori, signor mio, l'avere pazienza nelle disgrazie come allegrezza nelle prosperità: e questo lo sostengo per la mia propria esperienza, che se io stava allegro quando ero governatore, non mi abbandono però alla malinconia ora che sono scudiere e a piedi. Ho inteso dire che quella che si chiama Fortuna è femmina briaca e capricciosa, e soprattutto cieca, ond'è che non vede quello che fa, né sa chi abbatta o chi innalzi. — Sancio, tu sputi fuori troppa sapienza, disse don Chisciotte, né so da chi tu abbia imparate tante cose; quello che io debbo dirti si è che non si dà fortuna in questo misero mondo, né le cose che qua giù accadono, buone o cattive, vengono a caso, ma per singolare provvidenza del Cielo; e da ciò nasce quello che si suole d'ordinario dire, che ognuno è l'artefice di sua ventura. Io lo fui della mia, non però colla necessaria prudenza, e quindi mi hanno guidato a mal partito le mie presunzioni; mentre io doveva por mente che la fiacchezza del mio Ronzinante non avrebbe potuto far fronte alla straordinaria grandezza del cavallo di quello della Bianca Luna.

Mi arrischiai al cimento, feci quanto potei, fui scavalcato; ma tuttoché io abbia perduto l'onore, non mancherà in me la virtù di mantenere la parola che ho data. Quando io era cavaliere errante, da intraprendente e valoroso accreditavo ogni azione colle mie opere e colle mie mani, e adesso che mi trovo essere cavaliere pedestre, darò credito alle mie parole col fedele adempimento delle promesse. Cammina pertanto, o amico Sancio, e andiamo a compiere nel nostro paese l'anno del noviziato, dove raccoglieremo nuove virtù per tornarcene poi all'esercizio delle armi; ché io non sono per abbandonarlo giammai. — Signore, Sancio rispose, per dire la verità non è cosa troppo gustosa questo camminare a piedi, né si può a questo modo far viaggio sollecito: potremmo lasciare le nostre armi attaccate ad alcuno di questi alberi in cambio di un impiccato; ché montando in sul leardo coi piedi alzati da terra faremmo le giornate corte; mentre il voler pensare che io abbia da andare a piedi e far presto, egli è un volere le cose contro natura. — Tu dici bene, o Sancio, rispose don Chisciotte; si appendano pure le armi mie per insegna, e appiedi od all'intorno di esse incideremo negli alberi ciò che nel trofeo delle armi d'Orlando stava scritto:

Nessun le mova
Che star non possa con Orlando a prova.

— Parmi che tutto questo andrà benissimo, rispose Sancio: e se non fosse che la necessità ci obbliga a tenere con noi Ronzinante, egli sarebbe bene d'impiccarlo esso pure. — Taci, taci, replicò don Chisciotte; che già mi avviso di non volere che s'impicchino né armi, né Ronzinante, acciocché non si dica: A buon servigio mal guiderdone. — Vossignoria, rispose Sancio, parla per eccellenza: perché, secondo il parere dei prudenti, la colpa dell'asino non resta a carico della bardella; e poiché la colpa n'è tutta di vossignoria, perciò ella castighi se stesso e non rovesci la sua collera sulle armi rotte e insanguinate, né sulla docilità del cavallo, né sulla tenerezza dei miei piedi, esigendo che camminino oltre il dovere.»

Con queste ed altre confabulazioni si consumò tutto quel giorno non solo, ma quattro altri ancora, senzaché accadesse cosa che impedisse il viaggio; ma al quinto giorno, nell'entrare in un paese i viaggiatori trovarono alla porta di un'osteria molta gente, che per essere dì festivo se ne stava colà a sollazzo. Erasi già don Chisciotte avvicinato, quando un contadino con voce alta disse: — Qualcuno di questi due signori che adesso vengono, e che non conoscono le nostre differenze, dirà quello che si debba fare nella nostra scommessa. — Lo dirò volentieri, rispose don Chisciotte, e con equità, quando io sappia di che si tratti. — Il caso è questo, mio buon signore, disse il contadino: un abitante di questo paese, ch'è tanto grasso che pesa dugentosettantacinque libbre, sfidò a correre altro suo vicino, che non ne pesa più di centoventicinque, e fu la condizione che dovessero correre cento passi di carriera carichi di peso uguale; e avendo dimandato allo sfidatore come avessi ad aggiustare il peso, disse che lo sfidato che pesa centoventicinque libbre se ne mettesse addosso centocinquanta di ferro; e così si aggiusterebbero le centoventicinque del magro colle dugentosettantacinque del grasso. — Oh questo no, disse Sancio prima che rispondesse don Chisciotte, e tocca a me che da pochi giorni cessai di essere governatore, come tutti sanno, a decidere questi dubbi e a pronunziare la sentenza su questi litigi. — Decidi pure in buon'ora, Sancio amico, disse don Chisciotte, ché io non mi sento di poter dare i bricioli al gatto: tanto sconvolto e indebolito ho il povero mio cervello. — Con questa persuasione, disse Sancio rivolto ai contadini che gli stavano d'intorno colla bocca aperta, io sono a dirvi che la dimanda del grasso non dà nel verosimile, né ha ombra di giustizia, perché se vero è quello che si suol dire, che lo sfidato ha la scelta delle armi, non è bene che costui le scelga tali che impediscano il conseguimento della vittoria: io porto opinione che il grasso sfidatore si sbucci, mondi, diradi, ripulisca, allestisca, e cavi centocinquanta libbre delle sue carni da questa o quella parte del suo corpo, come meglio gli piace, e restando così sole centoventicinque libbre di peso, si faranno giuste ed eguali le centoventicinque del suo contrario, e a questo modo potranno correre in pari grado. — Viva Dio, disse un contadino, che questo signore ha parlato come un benedetto ed ha pronunciato sentenza da canonico: ma io scommetterei che il grasso non si vorrà levare non che centocinquanta libbre, ma neppure un'oncia sola delle sue carni.

— Il meglio che si potrebbe fare, disse allora un altro, sarebbe che non corressero punto né poco, acciocché il magro non si straccasse col peso, né il grasso si scarnasse, e che si spendesse piuttosto la metà della scommessa in tanto vino, e che menassimo questi signori a qualche osteria dove se ne trova del buono: e mettetemi sopra a me la cappa se piove. — Io, o signori, rispose don Chisciotte, vi ringrazio, ma non posso trattenermi né anche un momento solo, mentre molti pensieri e avvenimenti funesti mi fanno essere scortese; né ora potrei occuparmi di altro che dell'affrettare il mio cammino.»

Diede degli sproni al suo Ronzinante, passò innanzi lasciando tutti maravigliati di avere veduto e notato sì la figura sua stravagante, come l'acutezza del suo servitore; che per tale giudicarono Sancio. Un altro di quei contadini disse:

— Se il servitore è tanto prudente, che cosa sarà mai il padrone? Io giurerei che se vanno a studiare a Salamanca diventano alcadi di Corte, come è bere un uovo; che ogni cosa è burla fuorché lo studiare e ristudiare, e avere favore e ventura; poi, quando l'uomo meno se l'aspetta, si trova con un governo in mano o con una mitra in testa.»

Là passarono quella notte, padrone e servitore, in mezzo alla campagna, a cielo scoperto, e continuando nel dì seguente il viaggio, videro venire alla volta loro un uomo a piedi, con un paio di bisacce al collo, un bastone in mano con puntale di ferro, ed in arnese propriamente da corriere a piedi. Quando fu da vicino, e conobbe don Chisciotte, accelerò tosto il passo, e vennegli frettoloso incontro, e abbracciandolo per la coscia dritta (ché altrimenti fare non poteva), gli disse con segni di grande allegrezza:

— Ah, mio signor don Chisciotte della Mancia! ah che grande contento ha da arrivare fino al cuore del mio signor duca quando sappia che vossignoria torna al suo castello, dove egli sta tuttavia colla mia signora duchessa!

— Amico, io non vi conosco, rispose don Chisciotte, né so chi voi vi siate se voi non me lo dite.

— Io, rispose il corriere, io sono Tosilo, lo staffiere del mio signor duca, quello che non volle combattere con vossignoria quando si trattò del matrimonio della figliuola di donna Rodrighez.

— Dio mi aiuti: disse don Chisciotte: e com'è possibile che voi siate quello che i miei nemici incantatori trasformarono nello staffiere che dite per defraudarmi dell'onore della battaglia?

— Di grazia, non dite questo, mio buon signore, replicò il corriere, che non fu incanto di sorta, né alcuna mutazione di viso, ma io entrai Tosilo staffiere nello steccato, e Tosilo staffiere ne uscii. Allora pensai di maritarmi senza combattere, per essermi piaciuta la giovane, ma il mio pensiero mi riuscì a rovescio, perché non era appena partito vossignoria dal castello, che il mio signor duca mi fece dare di cento legnate per avere trasgredito gli ordini impartitimi prima di entrare in battaglia, e terminò quel negozio. La ragazza si è fatta monaca, donna Rodrighez è tornata in Castiglia, ed io passo adesso a Barcellona per portare un mazzo di lettere al viceré che gli sono dirette dal mio padrone. Se vossignoria volesse bere un poco, io ne ho una zucchetta piena di buono e pretto, sebbene un po' caldo, ed ho alquante scheggie di cacio di Lucardo che farebbero venire la sete ad un addormentato.

— Accetto io l'invito, disse Sancio, e vada il resto della cortesia, e mesca allegramente il buon Tosilo a dispetto di tutti gl'incantatori che stanno nelle Indie.

— Insomma, disse don Chisciotte, tu sei, o Sancio, il più gran ghiottone ed il più gran ignorante che viva. Non capisci tu che questo corriere è incantato, e questo è un Tosilo contraffatto? Sta pure con lui se ti piace, e satollati, ché io mi avvierò innanzi adagio adagio, aspettando che tu mi raggiunga.»

Lo staffiere si mise a ridere, cavò fuori la sua zucca, sbisacciò le scheggie di cacio e un pane, e sdraiatosi con Sancio sull'erba, in santa pace e buona compagnia diedero fondo a tutta la provvigione con sì buon appetito, che leccarono anche il mezzo delle lettere solo perché sapeva di cacio. Tosilo diceva a Sancio:

— Questo tuo padrone, amico mio, deve essere senza dubbio un pazzo.

— Come deve? rispondeva Sancio: egli non deve niente ad alcuno, ché paga ogni cosa, massime quando la moneta è pazzia. Io veggo le cose come sono, ed anche glielo dico, ma a che pro? E adesso tanto peggio ch'ella è finita, perché è stato vinto dal cavaliere dalla Bianca Luna.»

Tosilo voleva esserne informato, ma Sancio gli rispose che sarebbe scortesia il farsi aspettare dal suo padrone, e che se si fossero incontrati un altro giorno, gli avrebbe raccontata ogni cosa. Rizzandosi dall'erba, dopo avere scosso il saio, e le briciole della barba, si mise innanzi il leardo, e dicendo:

— Addio, Tosilo,» raggiunse il padrone, che sotto l'ombra di un albero lo stava aspettando.

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  • CAPITOLO I: ESPERIMENTI DEL CURATO E DEL BARBIERE SOPRA LA MALATTIA DI DON CHISCIOTTE.
  • CAPITOLO II: NARRASI IL NOTABILE CONTRASTO SEGUITO TRA SANCIO PANCIA, LA NIPOTE E LA SERVA DI DON CHISCIOTTE; CON ALTRI GRAZIOSI SUCCESSI.
  • CAPITOLO III: DEL RIDICOLO DISCORSO TENUTO DA DON CHISCIOTTE, SANCIO PANCIA E IL BACCELLIERE SANSONE CARRASCO.
  • CAPITOLO IV: VENGONO SCIOLTI DA SANCIO PANCIA I DUBBII PROMOSSI DAL BACCELLIERE SANSONE CARRASCO E RESTANO SODDISFATTE LE SUE DOMANDE; CON LA GIUNTA Dl ALTRI SUCCESSI DEGNI DI ESSERE SAPUTI E RACCONTATI.
  • CAPITOLO V: DELL'ACCORTA E GRAZIOSA CONVERSAZIONE TENUTA DA SANCIO PANCIA CON TERESA SUA MOGLIE, E DI ALTRI AVVENIMENTI DEGNI DI FELICE RICORDANZA.
  • CAPITOLO VI: CIÒ CHE SEGUÌ TRA DON CHISCIOTTE, LA SUA NIPOTE, E LA SERVA: UNO DEI PIÙ IMPORTANTI CAPITOLI DI TUTTA L'ISTORIA.
  • CAPITOLO VII: DI CIÒ CHE SEGUÌ TRA DON CHISCIOTTE ED IL SUO SCUDIERE, CON ALTRI FAMOSISSIMI AVVENIMENTI.
  • CAPITOLO VIII: RACCONTASI CIÒ CHE ACCADDE A DON CHISCIOTTE RECANDOSI A VEDERE LA SIGNORA DULCINEA DEL TOBOSO.
  • CAPITOLO IX: SI RACCONTA QUELLO CHE STA SCRITTO NEL PRESENTE CAPITOLO.
  • CAPITOLO X: DELL'ARTE USATA DA SANCIO PER INCANTARE LA SIGNORA DULCINEA CON ALTRI AVVENIMENTI ALTRETTANTO GIOCOSI CHE VERI.
  • CAPITOLO XI: DELLA STRANA VENTURA CHE SUCCESSE AL VALOROSO DON CHISCIOTTE COLLA CARRETTA DELLA MORTE.
  • CAPITOLO XII: DELLA STRANA AVVENTURA ACCADUTA A DON CHISCIOTTE COL VALOROSO CAVALIERE DAGLI SPECCHI.
  • CAPITOLO XIII: SEGUITA L'AVVENTURA DEL CAVALIERE DAL BOSCO, E SI DESCRIVE IL GIUDIZIOSO, NUOVO E SOAVE COLLOQUIO SEGUITO FRA I DUE SCUDIERI.
  • CAPITOLO XIV: SEGUITA L'AVVENTURA DEL CAVALIERE DAL BOSCO.
  • CAPITOLO XV: DOVE SI NARRA CHI FOSSE IL CAVALIERE DAGLI SPECCHI E IL SUO SCUDIERE.
  • CAPITOLO XVI: CIÒ CHE AVVENNE A DON CHISCIOTTE CON UN GIUDIZIOSO CAVALIERE DELLA MANCIA.
  • CAPITOLO XVII: DIMOSTRASI L'ULTIMO PUNTO ED ESTREMO A CUI GIUNSE E POTÉ GIUGNERE L'INAUDITO ANIMO DI DON CHISCIOTTE, CON L'AVVENTURA DEI LEONI CONDOTTA A FORTUNATO FINE.
  • CAPITOLO XVIII: DI QUELLO CHE AVVENNE A DON CHISCIOTTE NEL CASTELLO O CASA DEL CAVALIERE DAL VERDE GABBANO CON ALTRI STRAORDINARI SUCCESSI.
  • CAPITOLO XIX: AVVENTURA DEL PASTORE INNAMORATO, CON ALTRI VERI E GRAZIOSI SUCCESSI.
  • CAPITOLO XX: NOZZE DI CAMACCIO IL RICCO, ED AVVENIMENTO DI BASILIO IL POVERO.
  • CAPITOLO XXI: PROSEGUONO LE NOZZE DI CAMACCIO CON ALTRI GUSTOSI SUCCESSI.
  • CAPITOLO XXII: GRANDE AVVENTURA DELLA GROTTA DI MONTÉSINO SITUATA NEL CUORE DELLA MANCIA ALLA QUALE DIEDE IL VALOROSO DON CHISCIOTTE COMPIMENTO FELICE.
  • CAPITOLO XXIII: MARAVIGLIOSE COSE VEDUTE DAL CELEBRATISSIMO DON CHISCIOTTE NELLA PROFONDA GROTTA DI MONTESINO E DA LUI RACCONTATE, LA CUI GRANDEZZA E IMPOSSIBILITÀ VA A STABILIRE PER APOCRIFA LA PRESENTE VENTURA.
  • CAPITOLO XXIV: SI RACCONTANO MILLE CHIAPPOLERIE TANTO APPARTENENTI QUANTO NECESSARIE A BEN INTENDERE QUESTA GRANDE ISTORIA.
  • CAPITOLO XXV: AVVENTURA DEL RAGLIO DELL'ASINO, E GRAZIOSO SUCCESSO DEL BAGATTELLIERE COLLE MEMORABILI DIVINAZIONI DELLO SCIMMIOTTO INDOVINO.
  • CAPITOLO XXVI: CONTINUA LA GRAZIOSA AVVENTURA DEL BURATTINAIO, CON ALTRE COSE IN VERITÀ MOLTO GUSTOSE.
  • CAPITOLO XXVII: SI FA SAPERE CHI FOSSE MAESTRO PIETRO E LO SCIMIOTTO, ED IL MAL SUCCESSO DI DON CHISCIOTTE NELLA VENTURA DEL RAGLIO DELL'ASINOCHE NON LA FINÌ COM'EGLI AVREBBE VOLUTO, E COM'ERASI IMMAGINATO.
  • CAPITOLO XXVIII: COSE DETTE DA BEN-ENGELI CHE CHI LE LEGGERÀ LE SAPRÀ SE LE LEGGERÀ CON ATTENZIONE.
  • CAPITOLO XXIX: LA FAMOSA VENTURA DELLA BARCA INCANTATA.
  • CAPITOLO XXX: DI QUELLO CHE INTERVENNE A DON CHISCIOTTE CON UNA BELLA CACCIATRICE.
  • CAPITOLO XXXI: TRATTASI DI MOLTE E MOLTO IMPORTANTI COSE.
  • CAPITOLO XXXII: RISPOSTA DI DON CHISCIOTTE AL SUO RIPRENSORE, CON ALTRI IMPORTANTI SUCCESSI.
  • CAPITOLO XXXIII: SAPORITO RAGIONAMENTO CHE LA DUCHESSA E LE SUE DONZELLE TENNERO CON SANCIO PANCIA DEGNO DI ESSERE LETTO E PONDERATO.
  • CAPITOLO XXXIV: PROGETTO PER TRARRE D'INCANTO DULCINEA DEL TOBOSO CHE FORMA UNA DELLE PIÙ CELEBRI AVVENTURE DI QUESTO LIBRO.
  • CAPITOLO XXXV: SI SEGUITA A PARLARE DEL MODO INDICATO A DON CHISCIOTTE PER TRARRE D'INCANTO DULCINEA, CON ALTRI MARAVIGLIOSI SUCCESSI.
  • CAPITOLO XXXVI: RACCONTASI LA STRANA E NON PRIMA IMMAGINATA VENTURA DELLA MATRONA DOLORIDA, DETTA ALTRIMENTI LA CONTESSA TRIFALDI; E SI LEGGERÀ UNA LETTERA SCRITTA DA SANCIO PANCIA A SUA MOGLIE TERESA PANCIA.
  • CAPITOLO XXXVII: CONTINUA LA FAMOSA VENTURA DELLA MATRONA DOLORIDA.
  • CAPITOLO XXXVIII: NARRASI CIÒ CHE FECE LA MATRONA DOLORIDA INTORNO ALLA SUA DISAVVENTURA.
  • CAPITOLO XXXIX: LA TRIFALDI CONTINUA IL RACCONTO DELLA SUA STUPENDA E MEMORABILE ISTORIA.
  • CAPITOLO XL: SI DICONO COSE APPARTENENTI A QUESTA AVVENTURA ED A SÌ MEMORABILE ISTORIA.
  • CAPITOLO XLI: VENUTA DI CLAVILEGNO E FINE DELLA PRESENTE PROLUNGATA VENTURA.
  • CAPITOLO XLII: DEI CONSIGLI DATI DA DON CHISCIOTTE A SANCIO PANCIA PRIMA CHE ANDASSE AL GOVERNO DELL'ISOLA CON ALTRE MEMORABILI COSE.
  • CAPITOLO XLIII: DEI SECONDI CONSIGLI DATI A SANCIO PANCIA DA DON CHISCIOTTE.
  • CAPITOLO XLIV: SANCIO PANCIA È CONDOTTO AL GOVERNO. — STRANA AVVENTURA ACCADUTA A DON CHISCIOTTE.
  • CAPITOLO XLV: COME IL GRAN SANCIO PANCIA PRESE IL POSSESSO DELLA SUA ISOLA E IN QUALE MANIERA COMINCIÒ A GOVERNARLA.
  • CAPITOLO XLVI: FORMIDABILE TERRORE CHE DIEDERO I CAMPANACCI ED I GATTI A DON CHISCIOTTE NEL PROGRESSO DEGLI AMORI COLLA INVAGHITA ALTISIDORA.
  • CAPITOLO XLVII: SEGUITA IL RACCONTO DEL MODO CON CUI CONDUCEVASI SANCIO PANCIA NEL SUO GOVERNO.
  • CAPITOLO XLVIII: DI CIÒ CHE AVVENNE A DON CHISCIOTTE CON DONNA RODRIGHEZ, MATRONA DELLA DUCHESSA, CON ALTRE VENTURE DEGNE DI ESSERE SCRITTE E CONSERVATE PERPETUAMENTE.
  • CAPITOLO XLIX: NARRASI CIÒ CHE AVVENNE A SANCIO PANCIA VISITANDO LA SUA ISOLA.
  • CAPITOLO L: SI DICHIARA QUALI FURONO GL'INCANTATORI E I CARNEFICI CHE FRUSTARONO LA MATRONA E PIZZICARONO DON CHISCIOTTE, E SI NARRA QUANTO ACCADDE AL PAGGIO CHE PORTÒ LA LETTERA A TERESA, MOGLIE DI SANCIO PANCIA.
  • CAPITOLO LI: DEL PROGRESSO NEL GOVERNO DI SANCIO PANCIA, CON ALTRI AVVENIMENTI IMPORTANTI E CURIOSI.
  • CAPITOLO LII: RACCONTASI L'AVVENTURA DELLA SECONDA MATRONA DOLORIDA, O ANGUSTIATA, CHIAMATA CON ALTRO NOME DONNA RODRIGHEZ.
  • CAPITOLO LIII: DEL TRAVAGLIOSO FINE CH'EBBE IL GOVERNO DI SANCIO PANCIA.
  • CAPITOLO LIV: TRATTASI DI COSE APPARTENENTI A QUESTA E NON AD ALCUN'ALTRA ISTORIA.
  • CAPITOLO LV: AVVENIMENTI DI SANCIO NEL SUO VIAGGIO, ED ALTRE COSE TANTO SINGOLARI QUANTO MAI SI PUÒ DIRE.
  • CAPITOLO LVI: DELLA SANGUINOSA E NON PIÙ VISTA BATTAGLIA SEGUITA TRA DON CHISClOTTE E LO STAFFIERE TOSILO, E DEL CONGEDO CHE PRESE DON CHISCIOTTE DAL DUCA.
  • CAPITOLO LVII: COME PIOVVERO SOPRA DON CHISCIOTTE TANTE VENTURE CHE L'UNA NON ASPETTAVA L'ALTRA.
  • CAPITOLO LVIII: STRAORDINARIO CASO CHE SUCCESSE A DON CHISCIOTTE E CHE PUÒ TENERSI IN CONTO DI VENTURA.
  • CAPITOLO LIX: DI QUELLO CHE AVVENNE A DON CHISCIOTTE ANDANDO A BARCELLONA.
  • CAPITOLO LX: DI CIÒ CHE AVVENNE A DON CHISCIOTTE ENTRANDO A BARCELLONA, CON ALTRE COSE CHE HANNO PIÙ DEL VERO CHE DEL SAVIO.
  • CAPITOLO LXI: LA VENTURA DELLA TESTA INCANTATA, CON ALTRE BAGATTELLE CHE NON SI PUÒ FAR A MENO DI NON RACCONTARE.
  • CAPITOLO LXII: DEL MALE CHE OCCASIONÒ A SANCIO LA VISITA DELLE GALERE, E DELLA NUOVA VENTURA DELLA BELLA MORESCA.
  • CAPITOLO LXIII: DELLA VENTURA CHE DIEDE PIÙ MOLESTIA A DON CHISCIOTTE DI QUANTE ALTRE GLI ERANO SUCCESSE.
  • CAPITOLO LXIV: SI VIENE A SAPERE CHI FOSSE IL CAVALIERE DALLA BIANCA LUNA, LIBERAZIONE DI DON GREGORIO ED ALTRI AVVENIMENTI.
  • CAPITOLO LXV: TRATTASI DI QUELLO CHE VEDRÀ CHI LEGGE O SARÀ PER UDIRE CHI SI FARÀ LEGGERE.
  • CAPITOLO LXVI: SI DETERMINA DON CHISCIOTTE DI FARSI PASTORE, E DI CONDURRE LA VITA TRA LE CAMPAGNE, FINCHÉ SCORRA L'ANNO DI SUA PROMESSA, CON ALTRI AVVENIMENTI PIACEVOLI E GUSTOSI.
  • CAPITOLO LXVII: SI NARRA IL PIÙ RARO E IL PIÙ NUOVO SUCCESSO CHE NELL'INTERO CORSO DI QUESTA GRANDE ISTORIA AVVENUTO SIA A DON CHISCIOTTE.
  • CAPITOLO LXVIII: CHE TIEN DIETRO AL CAPITOLO SESSANTASETTE, E TRATTA DI COSE NECESSARIE A SAPERSI PER MAGGIOR CHIAREZZA DI QUESTA STORIA.
  • CAPITOLO LXIX: DI CIÒ CHE ACCADDE A DON CHISCIOTTE CON SANCIO NEL RESTITUIRSI AL PAESE NATIVO.
  • CAPITOLO LXX: DON CHISCIOTTE E SANCIO ARRIVANO AL LORO PAESE.
  • CAPITOLO LXXI: DEGLI AUGURI CH'EBBE DON CHISCIOTTE ALL'ENTRARE NEL SUO PAESE CON ALTRI AVVENIMENTI CHE ADORNANO E ACCREDITANO QUESTA GRANDE ISTORIA.
  • CAPITOLO LXXII: COME DON CHISCIOTTE CADDE AMMALATO, E DEL TESTAMENTO CHE FECE E DELLA SUA MORTE.