angoscia e vita pulsionale

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VOLUME SECONDO - SECONDA SERIE DI LEZIONI





Lezione 32

angoscia e vita pulsionale





Signore e Signori, non vi stupirete che abbia parecchie novità da comunicarvi a proposito della nostra concezione dell'angoscia e delle pulsioni fondamentali della vita psichica, e nemmeno di apprendere che nessuna di esse pretende di passare per la soluzione definitiva di problemi che sono ancora m sospeso. E' con un preciso intento che parlo qui di "concezioni". Si tratta dei problemi più ardui che a noi si pongono, ma la difficoltà non risiede in una qualche insufficienza delle osservazioni (tali enigmi ci vengono proposti dai fenomeni più frequenti e familiari) e neppure nella profondità delle speculazioni alle quali inducono, poiché l'elaborazione speculativa ha poca importanza in questo campo. Al contrario, si tratta realmente di concezioni, ossia di introdurre le giuste rappresentazioni astratte, la cui applicazione al materiale greggio dell'osservazione faccia ivi sorgere ordine ed evidenza.
All'angoscia ho già dedicato una lezione, la venticinquesima della serie precedente. Ne ripeto in succinto il contenuto. Abbiamo detto che l'angoscia é uno stato affettivo, ossia una combinazione tra determinate sensazioni della serie piacere-dispiacere e le corrispondenti innervazioni di scarica e la loro percezione; ma che probabilmente é anche il sedimento di un evento particolarmente importante, assimilato per eredità, e quindi paragonabile all'attacco isterico che ci colpisce individualmente. Come evento che ha lasciato una simile traccia affettiva abbiamo chiamato in causa il processo della nascita, nel quale compaiono quegli effetti sull'attività cardiaca e sulla respirazione che sono caratteristici dell'angoscia. La primissima angoscia sarebbe dunque stata un'angoscia tossica. Siamo partiti quindi dalla distinzione fra angoscia reale e angoscia nevrotica: la prima una reazione, che ci sembra comprensibile, al pericolo, ossia a un danno atteso dall'esterno; assolutamente enigmatica, quasi fosse senza scopo, l'altra. In un'analisi dell'angoscia reale, abbiamo ricondotto quest'ultima a uno stato di accresciuta attenzione sensoriale e tensione motoria, la cosiddetta "disposizione all'angoscia". E' da questa che si sviluppa la reazione d'angoscia. A questo punto due sono gli esiti possibili: o lo "sviluppo d'angoscia" - la ripetizione dell'antica esperienza traumatica - si limita a un segnale, e allora il resto della reazione può adeguarsi alla nuova situazione di pericolo, risolversi in fuga o in difesa; oppure il passato mantiene il sopravvento, l'intera reazione si esaurisce nello sviluppo d'angoscia, e allora lo stato affettivo diviene paralizzante e inappropriato nei riguardi del presente. Ci siamo poi rivolti all'angoscia nevrotica e abbiamo detto che assume tre forme diverse. La prima, quella di ansietà generale liberamente fluttuante, la cosiddetta "angoscia d'attesa", pronta ad agganciarsi transitoriamente a qualsiasi nuova possibilità si presenti, come avviene ad esempio nella tipica nevrosi d'angoscia. La seconda forma é quella dell'angoscia strettamente legata a determinati contenuti rappresentativi caratteristica delle cosiddette "fobie", nelle quali possiamo ravvisare ancora un rapporto con il pericolo esterno, ma dobbiamo ritenere smisuratamente esagerata la paura di fronte a esso. E infine, in terzo luogo, troviamo l'angoscia nell'isteria e in altre forme di nevrosi gravi, la quale o accompagna certi sintomi o compare indipendentemente sotto forma di attacco o di stato più persistente, tuttavia senza aver mai un fondamento evidente in un pericolo esterno. Ci siamo posti in seguito due interrogativi: di che cosa si ha paura nell'angoscia nevrotica? e: come si può metterla in rapporto con l'angoscia reale di fronte a pericoli esterni? Le nostre ricerche non sono rimaste infruttuose, anzi abbiamo acquisito alcuni importanti punti fermi. Per quanto riguarda l'angoscia d'attesa, l'esperienza clinica ci ha insegnato a riconoscere una connessione costante col bilancio libidico della vita sessuale. La causa più comune della nevrosi d'angoscia é l'eccitamento frustraneo. Un eccitamento libidico, cioè, viene suscitato ma non soddisfatto, non utilizzato; al posto di questa libido, distolta dal suo impiego, compare l'ansietà. Ritenni addirittura di poter dire che questa libido insoddisfatta si trasforma direttamente in angoscia. Tale concezione trovò un appoggio in certe fobie regolarmente ricorrenti nei bambini piccoli. Molte di queste fobie ci riescono assolutamente enigmatiche, ma di altre, come la paura di rimanere soli o la paura davanti a persone estranee, possiamo dare una spiegazione sicura. La solitudine, come pure il viso estraneo, risvegliano la nostalgia per la presenza familiare della madre; il bambino non può dominare questo eccitamento libidico, non può tenerlo in sospeso, e lo trasforma in angoscia. Questa angoscia infantile non va quindi annoverata tra le angosce reali, bensì tra quelle nevrotiche. Le fobie infantili e l'angoscia d'attesa della nevrosi d'angoscia ci offrono due esempi di uno dei modi in cui sorge l'angoscia nevrotica: mediante trasformazione diretta della libido. Vedremo immediatamente un secondo meccanismo, che si dimostrerà non molto diverso dal primo. Il meccanismo responsabile dell'angoscia nell'isteria e nelle altre nevrosi é il processo della rimozione. Riteniamo possibile descriverlo in modo più completo che in precedenza, tenendo separata mentre ne seguiamo le vicende la rappresentazione da rimuovere dall'importo libidico che vi aderisce. E' la rappresentazione che subisce la rimozione e può eventualmente venir deformata fino a diventare irriconoscibile, il suo importo d'affetto é invece trasformato regolarmente in angoscia, e ciò indipendentemente dalla sua natura, sia essa aggressività o amore. Concludendo, é essenzialmente indifferente la ragione per cui un importo di libido é divenuto inutilizzabile: se per debolezza infantile dell'Io, come nelle fobie dei bambini, o in seguito a processi somatici nella vita sessuale, come nella nevrosi d'angoscia, oppure a causa della rimozione, come nell'isteria. In effetti, dunque, i due meccanismi di origine dell'angoscia nevrotica coincidono. Nel corso di queste ricerche abbiamo fissato la nostra attenzione su una relazione estremamente importante fra lo sviluppo d'angoscia e la formazione di sintomi, e cioè sul fatto che l'uno può stare per l'altro e sostituirlo. Le sofferenze dell'agorafobo, ad esempio, cominciano con un attacco d'angoscia per la strada. A ogni sua nuova uscita l'attacco si ripeterebbe. Il poveretto forma a questo punto il sintomo dell'agorafobia, che si può anche chiamare un'inibizione, una limitazione funzionale dell'Io, e si risparmia così l'attacco d'angoscia. Si osserva il fenomeno inverso quando si interferisce nella formazione dei sintomi, come si può fare ad esempio nel caso delle ossessioni. Se si impedisce all'ammalato di eseguire il suo cerimoniale di lavacri, egli cade in uno stato d'angoscia duro da sopportare, contro il quale il suo sintomo lo aveva manifestamente protetto. Sembra, cioè, che lo sviluppo d'angoscia sia l'antecedente, e la formazione del sintomo il conseguente, come se i sintomi venissero creati per evitare che scoppi lo stato d'angoscia. Ciò é anche confermato dal fatto che le prime nevrosi dell'età infantile sono fobie, ossia stati in cui chiaramente si riconosce come un iniziale sviluppo d'angoscia viene sostituito dalla successiva formazione di un sintomo; abbiamo la netta sensazione che queste interrelazioni ci facilitino la comprensione dell'angoscia nevrotica. E nello stesso tempo siamo riusciti a dare una risposta al quesito relativo a ciò di cui si abbia paura nell'angoscia nevrotica e a stabilire così il collegamento fra angoscia nevrotica e angoscia reale. Quel che si teme é evidentemente la propria libido. La differenza rispetto alla situazione dell'angoscia reale risiede in due punti: che il pericolo é interno invece che esterno e che non viene riconosciuto consciamente. Nel caso delle fobie é possibile scorgere con molta chiarezza come questo pericolo interno viene convertito in esterno, e quindi come l'angoscia nevrotica viene trasformata in apparente angoscia reale. Supponiamo, per semplificare uno stato di cose spesso assai complicato, che l'agoràfobo viva costantemente nel timore che gli incontri fatti per strada risveglino in lui delle tentazioni. Nella sua fobia egli opera uno spostamento e dopo di allora si angustia per una situazione esterna. Il suo tornaconto sta, evidentemente, nel ritenere di poter proteggersi meglio: da un pericolo esterno é possibile salvarsi con la fuga, tentare di fuggire dinanzi a un pericolo interno é un'impresa difficile. A conclusione della mia lezione d'allora sull'angoscia, espressi io stesso il giudizio che questi diversi risultati della nostra indagine, pur non contraddicendosi fra loro, in certo qual modo non concordano. L'angoscia, in quanto stato affettivo, é la riproduzione di un antico evento minaccioso; l'angoscia é al servizio dell'autoconservazione ed é un segnale di nuovo pericolo; sorge sia da libido divenuta in qualche modo non utilizzabile, sia nel processo di rimozione; viene sostituita e, per così dire, legata psichicamente dalla formazione di sintomi... si ha la sensazione che manchi qui un qualcosa che dai vari pezzi tragga un tutto unitario .

Signore e Signori, quella scomposizione della personalità psichica in un Super-io, un Io e un Es, di cui vi ho parlato nell'ultima lezione, ci obbliga altresì a un nuovo orientamento nel problema dell'angoscia. Con la tesi che l'Io é l'unica sede di angoscia, che soltanto l'Io può produrre e provare angoscia, abbiamo conquistato una nuova e salda posizione, viste dalla quale varie circostanze assumono un altro aspetto. E invero non sapremmo che senso avrebbe parlare di un’angoscia dell'Es" o attribuire al Super-io la facoltà di impaurirsi. Per contro, abbiamo accolto come un'auspicata corrispondenza il fatto che le tre principali forme di angoscia - l'angoscia reale, quella nevrotica e quella morale - possono essere senza sforzo messe in relazione con le tre forme di dipendenza dell'Io: dal mondo esterno, dall'Es e dal Super-io. Con questa nuova concezione, inoltre, balza in primo piano la funzione dell'angoscia come segnale, annunciante una situazione di pericolo (nozione che non ci era estranea in precedenza) mentre ha perso d'interesse il problema di che materiale sia fatta l'angoscia, e i rapporti fra angoscia reale e angoscia nevrotica si sono chiariti e semplificati in maniera sorprendente. Va infine rilevato che adesso comprendiamo i casi apparentemente complicati di formazione d'angoscia meglio di quelli ritenuti semplici. Recentemente abbiamo infatti ricercato come sorga l'angoscia in certe fobie che classifichiamo nell'isteria d'angoscia, scegliendo casi in cui era presente la tipica rimozione degli impulsi di desiderio derivanti dal complesso edipico. In base alle nostre aspettative, avremmo dovuto trovare che l'investimento libidico della madre in quanto oggetto si trasformasse in angoscia per effetto della rimozione e comparisse quindi, sotto forma sintomatica, riferito a un sostituto del padre. Non posso descrivervi i singoli passi di una ricerca di questo tipo; basterà dire che il risultato sorprendente, fu l'opposto di quanto ci aspettavamo. Non era la rimozione a creare l'angoscia, bensì l'angoscia esisteva sin da prima; l'angoscia produceva la rimozione! Ma di che specie di angoscia poteva trattarsi? Solo della paura per un minaccioso pericolo esterno, ossia di un'angoscia reale. E' vero che il fanciullo provava angoscia di fronte a una richiesta postagli dalla sua libido - in questo caso di fronte all'amore per la propria madre, - così che effettivamente era un caso di angoscia nevrotica; ma tale innamoramento gli appariva come un pericolo interno (al quale doveva sottrarsi rinunciando a quell'oggetto) solo perché esso evocava una situazione di pericolo esterno. E in tutti i casi esaminati abbiamo ottenuto lo stesso risultato. Confessiamo pure che non ci aspettavamo che un pericolo pulsionale interno condizionasse e preparasse una situazione reale di pericolo esterno. Non abbiamo ancora detto, tuttavia, quale sia il pericolo reale che il bambino teme come conseguenza del suo innamoramento per la madre. E' il castigo dell'evirazione, la perdita del membro. Naturalmente obietterete che questo non é un pericolo reale. I nostri maschietti non vengono evirati per il fatto di essere innamorati della madre nella fase del complesso edipico. Ma le cose non sono così semplici. Innanzitutto, non é questione che l'evirazione venga realmente praticata; il punto é che si tratta di un pericolo minacciante dall'esterno e che il bambino ci crede. Ha qualche motivo per comportarsi così, poiché durante la sua fase fallica, all'epoca del suo primo onanismo, lo si minaccia abbastanza spesso di tagliargli il membro e qualsiasi accenno a questo castigo é destinato a trovare in lui un rafforzamento filogenetico. La nostra ipotesi é che nei primordi della famiglia umana l'evirazione venisse realmente eseguita sul maschio in fase di sviluppo dal padre geloso e crudele, e che la circoncisione, la quale presso i primitivi é tanto spesso una componente del rito della pubertà, ne sia un residuo ben riconoscibile. Sappiamo quanto ci scostiamo con ciò dall'opinione generale, ma non per questo rinunciamo a tenere per fermo che la paura dell'evirazione é uno dei motori più frequenti e più forti della rimozione e quindi della formazione delle nevrosi. Il nostro convincimento si é tramutato in certezza dopo che abbiamo analizzato alcuni casi di ragazzi ai quali era stata praticata, per terapia o come castigo per la masturbazione, non certo l'evirazione, bensì la circoncisione (casi non del tutto infrequenti nella società anglo- americana). A questo punto, verrebbe la tentazione di addentrarci più a fondo nel complesso di evirazione, ma preferiamo attenerci al nostro tema. La paura dell'evirazione non é, naturalmente, l'unico motivo della rimozione; intanto, é ovvio che non trova posto presso le donne, le quali hanno anch'esse un complesso di evirazione, ma non possono avere alcuna paura di venire evirate. In suo luogo subentra, nell'altro sesso, la paura della perdita d'amore, che é visibilmente una prosecuzione dell'angoscia del lattante allorché sente la mancanza della madre. E' facile capire quale reale situazione di pericolo sia indicata da questa angoscia. Se la madre é assente o ha tolto al bambino il suo amore, questi non é più sicuro del soddisfacimento dei suoi bisogni e si trova eventualmente esposto alle più penose sensazioni di tensione. Non é affatto da respingere l'idea che questi fattori determinanti l'angoscia ripetano alle radici la situazione dell'angoscia originaria della nascita, la quale significò pure, ovviamente, una separazione dalla madre. Anzi, se seguite il ragionamento di Ferenczi, potete aggiungere anche la paura dell'evirazione, poiché la perdita del membro maschile ha come conseguenza l'impossibilità di un ricongiungimento con la madre, o col suo sostituto, nell'atto sessuale. Vi accenno, per inciso, che la tanto frequente fantasia del ritorno nel grembo materno é il sostituto di questo desiderio di coito. Ci sarebbero qui tante cose interessanti e tanti nessi sorprendenti da porre in risalto, ma non posso esorbitare dall'ambito di un'introduzione alla psicoanalisi, mi limiterò a farvi notare che qui le ricerche psicologiche si spingono fino ai fatti biologici. A Otto Rank, cui la psicoanalisi é debitrice di molti ottimi contributi, spetta anche il merito di avere accentuato vigorosamente l'importanza dell'atto della nascita e della separazione dalla madre. Noi tutti per altro, trovammo impossibile accettare le estreme illazioni che egli ha tratto da questo fattore per la teoria delle nevrosi e persino per la terapia analitica. Il nucleo della sua teoria - che l'esperienza angosciosa della nascita é il modello di tutte le successive situazioni di pericolo, - egli l'aveva trovato già pronto. Soffermiamoci un momento su tali situazioni di pericolo: possiamo dire che ogni età dello sviluppo comporta in effetti una determinata condizione d'angoscia a essa adeguata, ossia una data situazione di pericolo. Allo stadio della primitiva immaturità dell'Io corrisponde il pericolo dell'inermità psichica, alla mancanza di autosufficienza dei primi anni dell'infanzia il pericolo della perdita dell'oggetto (ossia dell'amore), alla fase fallica il pericolo dell'evirazione e, infine, al periodo di latenza la paura del Super-io, la quale occupa una posizione particolare. Col progredire dello sviluppo le vecchie condizioni dell'angoscia dovrebbero venire a cadere, poiché le situazioni di pericolo corrispondenti perdono importanza a causa del rafforzamento dell'Io. Ma questo avviene soltanto in maniera assai imperfetta. Molte persone non sanno superare la paura della perdita d'amore, non diventano mai abbastanza indipendenti dall'amore degli altri e, sotto questo aspetto continuano a comportarsi in modo infantile. La paura del Super-io non dovrebbe normalmente aver fine, poiché é indispensabile nei rapporti sociali come angoscia morale, e solo in rarissimi casi il singolo può diventare indipendente dalla comunità umana. Anche alcune delle vecchie situazioni di pericolo riescono a sussistere in epoche successive modificando tempestivamente le condizioni d'angoscia. Così, ad esempio, il pericolo dell'evirazione persiste sotto la maschera di fobia della sifilide. E' vero che quando uno é adulto sa che l'evirazione per aver accondisceso ai desideri sessuali non é più un castigo usato, ma ha appreso d'altro canto che tale libertà pulsionale é minacciata da gravi malattie. Non c'é alcun dubbio che coloro che definiamo nevrotici restano infantili nel loro comportamento di fronte al pericolo e non hanno superato condizioni d'angoscia ormai non più valide. Vi prego di considerare questo un contributo effettivo alla caratterizzazione dei nevrotici; quanto a dire perché le cose stiano così, non é un discorso facile. Spero che non abbiate perso il filo e vi ricordiate ancora che siamo intenti a indagare le relazioni fra angoscia e rimozione. A questo proposito abbiamo appreso due cose nuove: primo, che l'angoscia produce la rimozione, e non viceversa, come ritenevamo; e secondo, che una situazione pulsionale temuta risale, in ultima istanza, a una situazione esterna di pericolo. La domanda che si pone subito dopo sarà: come ci rappresentiamo ora il processo di rimozione sotto l'influenza dell'angoscia? A mio avviso così: l'Io s'accorge che il soddisfacimento di una richiesta pulsionale che sta destandosi rievocherebbe una delle situazioni di pericolo che ben ricorda. Questa carica pulsionale deve quindi venire in qualche modo repressa, revocata, neutralizzata. Sappiamo che l'Io ci riesce se é forte e ha incluso la spinta pulsionale nella sua organizzazione. Nel caso contrario (che sfocerà nella rimozione) la spinta pulsionale appartiene ancora all'Es e l'Io si sente debole. L'Io ricorre allora a una tecnica che in fondo é identica a quella del pensiero normale. Pensare é un agire a mo' di esperimento con piccole quantità di energia, un po' come gli spostamenti delle bandierine sulla carta geografica che il comandante fa prima di mettere in moto le sue truppe. L'Io anticipa dunque il soddisfacimento della spinta pulsionale sospetta e le dà modo di riprodurre le sensazioni spiacevoli che accompagnano l'inizio della temuta situazione di pericolo. Con ciò scatta l'automatismo del principio di piacere-dispiacere, il quale ora effettua la rimozione della spinta pulsionale pericolosa. "Altolà! non riusciamo più a seguirla", mi gridate. Avete ragione, ci manca qualcosa perché il ragionamento fili. Innanzitutto, é vero che ho tentato di tradurre nel linguaggio del nostro pensiero normale ciò che in realtà dev'essere un processo che non é né conscio né preconscio, che ha luogo fra importi energetici in un substrato non rappresentabile. Ma questa non é una forte obiezione, giacché non si può fare diversamente. Importa soprattutto distinguere chiaramente, nel caso della rimozione, tra quello che avviene nell'Io e quello che avviene nell'Es. Quello che fa l'Io, l'abbiamo appena detto: compie un investimento sperimentale e ridesta l'automatismo di piacere-dispiacere mediante il segnale d'angoscia. Successivamente sono possibili parecchie reazioni o un loro misto variamente combinato. O l'attacco d'angoscia si sviluppa in pieno e l'Io si ritira completamente di fronte all'eccitamento sconveniente; oppure, al posto dell'investimento sperimentale, oppone all'eccitamento un controinvestimento, il quale si congiunge all'energia dell'impulso rimosso per formare il sintomo; ovvero il controinvestimento viene accolto nell'Io come formazione reattiva, come rinforzo di determinate disposizioni, come alterazione permanente. Quanto più lo sviluppo d'angoscia può venir limitato a un mero segnale, tanto più l'Io può impegnarsi nelle reazioni di difesa, le quali equivalgono a un vincolo psichico del rimosso e tanto maggiormente, anche, il processo si avvicina a una rielaborazione normale, pur senza raggiungerla. C'é qui un punto su cui vogliamo aprire una breve parentesi. Voi stessi vi siete certamente già fatti l'idea che quella cosa difficile a definirsi chiamata "carattere" sia da ascriversi totalmente all'Io. Su ciò che crea il carattere, abbiamo già scoperto insieme qualcosa. Innanzitutto l'incorporazione della prima istanza parentale come Super-io, ed é questo il tratto senz'altro più importante, decisivo; quindi le identificazioni dell'epoca successiva con entrambi i genitori e con altre persone influenti, e le medesime identificazioni come sedimenti di relazioni oggettuali abbandonate. Aggiungiamo adesso, quali immancabili contributi alla formazione del carattere, le formazioni reattive che l'Io acquisisce, dapprima, nelle sue rimozioni, e più tardi, con mezzi più normali, respingendo spinte pulsionali indesiderate. Torniamo ora indietro e occupiamoci dell'Es. Non é tanto facile indovinare che cosa avvenga della spinta pulsionale combattuta nel corso della rimozione. Il nostro interesse, ovviamente, é volto al problema dello sbocco dell'energia o carico libidico di questo eccitamento: come viene impiegato? Ricorderete che la precedente ipotesi era che proprio esso venisse trasformato in angoscia ad opera della rimozione. Oggi non ci sentiamo più di dirlo, e la nostra modesta risposta sarà piuttosto che probabilmente il suo destino non é sempre uguale. Probabilmente, fra il processo svoltosi a un certo momento nell'Io e quello avvenuto nell'Es relativamente all'impulso rimosso, esiste una intima corrispondenza, che dovrebbe essere possibile scoprire. Da quando infatti abbiamo fatto intervenire nella rimozione il principio di piacere-dispiacere, destato dal segnale d'angoscia, le nostre previsioni non possono più essere le stesse. Questo principio domina incondizionatamente i processi dell'Es. Possiamo essere certi che produrrà mutamenti radicali nella spinta pulsionale qui coinvolta. Non costituirà per noi una sorpresa che la rimozione abbia conseguenze molto differenti, più o meno estese. In taluni casi la spinta pulsionale rimossa può mantenere la sua carica libidica, può continuare a sussistere immutata nell'Es, seppure sotto la costante pressione dell'Io; altre volte sembra subire una completa distruzione, mentre la sua libido viene convogliata definitivamente su altri binari. Ero d'avviso che così avviene nel caso della risoluzione normale del complesso edipico, il quale, in questo caso auspicabile, non viene dunque semplicemente rimosso bensì é distrutto nell'Es. L'esperienza clinica ci ha ulteriormente mostrato che in molti casi, invece dell'esito consueto della rimozione, ha luogo una degradazione della libido, una regressione dell'organizzazione libidica a uno stadio precedente. Naturalmente questo può avvenire solo nell'Es e, se accade, solo sotto l'influsso dello stesso conflitto che viene introdotto dal segnale d'angoscia. L'esempio più evidente di questo genere é dato dalla nevrosi ossessiva, nella quale regressione libidica e rimozione agiscono congiuntamente. Signore e Signori, temo che il mio discorso vi sembrerà difficile e che non vi sfuggirà quanto poco esauriente esso sia. Mi rincresce dover suscitare il vostro scontento, ma non posso pormi altro scopo che quello di darvi un'impressione generale circa la natura dei nostri risultati e le difficoltà della loro elaborazione. Quanto più profondamente ci addentriamo nello studio dei processi psichici, tanto più ne riconosciamo l'abbondanza e la complessità. Più di una formula che all'inizio ci sembrava adeguata, si é rivelata più tardi insufficiente. Per parte nostra, non ci stanchiamo di modificarle e di migliorarle. Nella lezione sulla teoria del sogno, vi ho condotti in un campo nel quale in quindici anni non aveva avuto luogo quasi alcuna nuova scoperta; qui, in materia di angoscia, vedete tutto in fase di evoluzione e di trasformazione. Finora queste novità non sono nemmeno state studiate a fondo e forse anche per questo la loro esposizione presenta difficoltà. Persistete! presto potremo abbandonare il tema dell'angoscia; non affermo che allora esso sarà esaurito con nostra piena soddisfazione, ma é sperabile che saremo giunti un po' più avanti e che, strada facendo, avremo acquisito ogni sorta di nuove conoscenze. Adesso, per esempio, lo studio dell'angoscia ci dà lo spunto per aggiungere una nuova pennellata alla nostra descrizione dell'Io. Abbiamo detto che l'Io é debole rispetto all'Es, che ne é il fedele servitore, intento a eseguirne gli ordini e a soddisfarne le richieste. Non intendiamo ritrattare questa frase. Ma d'altra parte, questo Io é pur sempre la parte dell'Es meglio organizzata, orientata verso la realtà. Non dobbiamo esagerare troppo la distinzione fra i due, né essere sorpresi se l'Io, da parte sua, influisce sui processi dell'Es. Ritengo che l'Io esplichi questo influsso mettendo in azione il quasi onnipotente principio di piacere-dispiacere per mezzo del segnale d'angoscia. Per la verità, immediatamente dopo, esso mostra di nuovo la sua debolezza, poiché rinuncia, con l'atto della rimozione, a una parte della sua organizzazione e deve permettere che la spinta pulsionale rimossa rimanga permanentemente sottratta al suo influsso. E adesso un'ultima osservazione riguardo al problema dell'angoscia. L'angoscia nevrotica si é trasformata nelle nostre mani in angoscia reale, in angoscia di fronte a determinate situazioni esterne di pericolo. Ma non possiamo fermarci qui; dobbiamo ancora fare un passo, che sarà però un passo indietro. Ci chiediamo che cosa sia propriamente ciò che é pericoloso, temuto in tali situazioni di pericolo. Evidentemente non il danno alla persona valutabile in senso oggettivo, che potrebbe non avere rilevanza sul piano psicologico, bensì ciò che da esso deriva alla vita psichica. La nascita, ad esempio, il nostro modello dello stato d'angoscia, difficilmente può essere considerata di per sé un danno, benché il pericolo di danneggiamenti non sia da escludere. Nella nascita, come in ogni situazione di pericolo, l'essenziale é che essa provoca nell'esperienza psichica uno stato di tesa eccitazione, che viene avvertito come dispiacere e che non può essere dominato mediante discarico. Chiamiamo un tale stato, di fronte al quale gli sforzi del principio di piacere falliscono, momento TRAUMATICO. Siamo così giunti, attraverso la sequenza "angoscia nevrotica - angoscia reale - situazione di pericolo", alla semplice proposizione: ciò che é temuto, l'oggetto dell'angoscia, é ogni volta la comparsa di un momento traumatico, che non può venir eliminato come richiederebbe il principio di piacere. Comprendiamo subito che l'essere dotati del principio di piacere non basta ad assicurarci contro danneggiamenti oggettivi, bensì solo contro una determinata offesa alla nostra economia psichica. Dal principio di piacere alla pulsione di autoconservazione il cammino é ancora lungo; le intenzioni di entrambi sono lungi dal coincidere sin dall'inizio. Vediamo però anche qualcos'altro, e forse é questa la soluzione che cerchiamo, ossia che qui si tratta, ovunque, di un problema di quantità relative. Solo la grandezza della somma di eccitamento trasforma un'impressione in fattore traumatico, paralizza la funzione del principio di piacere, conferisce il suo significato alla situazione di pericolo. E se così stanno le cose, se la soluzione di questi enigmi é così prosaica, perché non dovrebbe essere possibile che siffatti momenti traumatici si verifichino nella vita psichica senza riferimento alle situazioni di pericolo da noi ipotizzate, che in essi, quindi, l'angoscia non venga destata come segnale, ma sorga ex novo con una nuova motivazione? L'esperienza clinica asserisce con certezza che le cose stanno realmente così. Solo le rimozioni successive mostrano il meccanismo da noi descritto, nel quale l'angoscia viene risvegliata come segnale di una precedente situazione di pericolo; le prime e originarie rimozioni sorgono direttamente da fattori traumatici nell'incontro dell'Io con una richiesta libidica eccessiva, formano ex novo la loro angoscia, seppure secondo il modello della nascita. La stessa cosa può valere per lo sviluppo d'angoscia nella nevrosi d'angoscia a causa di un'offesa somatica recata alla funzione sessuale. Non affermeremo più che in questo caso sia la libido stessa a venir trasformata in angoscia. Ma non vedo alcuna obiezione contro una duplice origine dell'angoscia: una volta come diretta conseguenza del momento traumatico, un'altra come segnale che minaccia il ripetersi di un simile fattore.

Signore e Signori, non c'é altro che dobbiate ascoltare sull'angoscia e certamente ne sarete lieti. Ma non illudetevi: quel che segue sarà altrettanto ostico. Ho intenzione di condurvi oggi stesso sul terreno della teoria della libido o dottrina delle pulsioni, che ci riserba parimenti parecchie novità. Non crediate che qui abbiamo fatto grandi progressi, di cui dobbiate assolutamente prendere atto anche a costo di fatiche da parte vostra. No, in questo campo lottiamo faticosamente per acquisire orientamenti e conoscenze, e vi chiedo soltanto di essere testimoni del nostro sforzo. Anche qui devo rifarmi a parecchie cose che vi ho riferito in precedenza. La dottrina delle pulsioni é, per così dire, la nostra mitologia. Le pulsioni sono entità mitiche, grandiose nella loro indeterminatezza. Non possiamo prescinderne, nel nostro lavoro, un solo istante e nel contempo non siamo mai sicuri di coglierle chiaramente. Voi sapete come il pensiero popolare le consideri: suppone che esistano tante pulsioni diverse quante occorrono in quel dato momento: una pulsione di autoaffermazione, una di imitazione, una di gioco, una di socialità e molte altre simili; esso, per così dire, le assume, fa fare a ognuna il suo particolare lavoro e poi le congeda nuovamente. Avevamo sempre avuto il sospetto che dietro a queste molte piccole pulsioni prese a prestito si nascondesse qualcosa di serio e di potente, cui fosse opportuno avvicinarci con cautela. Il nostro primo passo fu piuttosto modesto. Ci dicemmo che probabilmente non sbagliavamo cominciando col distinguere due pulsioni principali, o specie di pulsioni o gruppi di pulsioni, secondo i due grandi bisogni: la fame e l'amore. Benché di solito noi difendiamo gelosamente l'indipendenza della psicoanalisi da ogni altra scienza, qui ci troviamo tuttavia a cozzare con l'irrefutabile fatto biologico secondo cui il singolo essere vivente serve due intenti, l'autoconservazione e la conservazione della specie, che sembrano indipendenti l'uno dall'altro e che, per quanto ne sappiamo, non hanno ancora trovato una derivazione comune, e i cui interessi sono spesso fra loro in contrasto nella vita animale. Questo significa, in realtà, fare della psicologia biologica, studiare i fenomeni psichici in concomitanza con processi biologici. Rappresentanti di questa concezione sono le "pulsioni dell'Io" e le "pulsioni sessuali", che furono da noi introdotte in psicoanalisi. Fra le prime annoverammo tutto ciò che ha attinenza con la conservazione, l'affermazione e l'espansione della persona. Alle seconde ci venne spontaneo attribuire la varietà che scaturisce dalla vita sessuale infantile e da quella perversa. Man mano che investigando le nevrosi riconoscemmo nell'Io il potere che limita e rimuove e nelle tendenze sessuali ciò che viene limitato e rimosso, credemmo di toccare con mano non solo la diversità, ma anche il conflitto fra i due gruppi di pulsioni. Oggetto del nostro studio furono dapprima le pulsioni sessuali, la cui energia chiamammo "libido". In relazione a esse cercammo di chiarirci le idee intorno al problema di che cosa sia una pulsione e che cosa le si possa attribuire. E' qui che si colloca la teoria della libido. Una pulsione si differenzia dunque da uno stimolo per il fatto che trae origine da fonti di stimolazione interne al corpo, agisce come una forza costante e la persona non le si può sottrarre con la fuga, come é possibile di fronte allo stimolo esterno. Nella pulsione si possono distinguere: fonte, oggetto e meta. La fonte é uno stato di eccitamento nel corpo, la meta l'eliminazione di tale eccitamento; lungo il percorso dalla fonte alla meta la pulsione diviene psichicamente attiva. Noi ce la rappresentiamo come un certo ammontare di energia, che preme verso una determinata direzione. Da questo premere gli deriva il nome di "pulsione". Si parla di pulsioni "attive" e "passive", ma si dovrebbe dire più esattamente: mete pulsionali attive e passive, poiché anche per raggiungere una meta passiva occorre un certo dispendio di attività. La meta può essere raggiunta nel proprio corpo; di regola però si inserisce un oggetto esterno, ove la pulsione raggiunge la sua meta esterna; la meta interna rimane sempre la stessa, cioè il cambiamento corporeo percepito come soddisfacimento. Non siamo riusciti a chiarire se la relazione con la fonte somatica conferisca alla pulsione una specificità, e quale. Secondo quanto attesta l'esperienza analitica, é un fatto indubbio che spinte pulsionali originate da una fonte si associano a quelle derivanti da altre fonti e ne condividono l'ulteriore destino, e che in genere un soddisfacimento pulsionale può venir sostituito da un altro. Confessiamo tuttavia di saperne ben poco. Anche la relazione della pulsione con la meta e con l'oggetto ammette variazioni: entrambi possono essere scambiati con altri, pur essendo più facilmente allentabile la relazione con l'oggetto. Un certo tipo di modificazione della meta e di scambio dell'oggetto, in cui entrano in considerazione i nostri valori sociali, é da noi designata come "sublimazione". Oltre a ciò, abbiamo anche motivo di distinguere pulsioni che sono "inibite nella meta", ossia spinte pulsionali, provenienti da fonti ben note e con meta inequivocabile, che però si arrestano lungo il cammino verso il soddisfacimento, così che viene a formarsi un investimento oggettuale duraturo e una persistente tendenza affettiva. Di questo genere é, per esempio, la tenerezza nei confronti di altri, che muove indubbiamente dalle fonti del bisogno sessuale e invariabilmente rinuncia a soddisfarlo. Vedete in che misura gli attributi e le vicissitudini delle pulsioni sfuggano ancora alla nostra comprensione. Vedete per esempio un'ulteriore differenza fra pulsioni sessuali e pulsioni di autoconservazione, che sarebbe della massima importanza teorica se riguardasse i due gruppi nel loro insieme Le pulsioni sessuali ci colpiscono per la loro plasticità, per la capacità di cambiare le proprie mete, per la loro intercambiabilità, secondo cui un certo soddisfacimento pulsionale può essere sostituito da un altro, nonché per la loro differibilità, della quale le pulsioni inibite nella meta costituiscono un buon esempio. Ci farebbe comodo negare alle pulsioni di autoconservazione queste qualità e dire di esse che sono inflessibili, indifferibili, imperative in un modo del tutto diverso e che hanno un rapporto affatto differente con la rimozione e con l'angoscia. Ma un attimo di riflessione ci dice che sarebbe un errore attribuire questa posizione eccezionale a tutte le pulsioni dell'Io, poiché spetta solo alla fame e alla sete ed é evidentemente fondata su una peculiarità delle fonti di tali pulsioni. In buona parte questa impressione fuorviante deriva dal fatto che non abbiamo considerato separatamente quali modificazioni subiscano le spinte pulsionali originariamente appartenenti all'Es sotto l'influsso dell'Io organizzato. Un terreno più solido ci offre l'esame del modo in cui la vita pulsionale é al servizio della funzione sessuale. Qui le cognizioni acquisite sono assolutamente probanti e d'altronde non costituiscono una novità per voi. Non esiste una pulsione sessuale che sia fin dall'inizio portatrice di una tendenza verso la meta della funzione sessuale, cioè il congiungimento delle due cellule sessuali. Riscontriamo, invece, un gran numero di pulsioni parziali, provenienti da diversi punti e regioni del corpo, che tendono al soddisfacimento in modo abbastanza indipendente l'una dall'altra e che trovano tale soddisfacimento in qualcosa che possiamo chiamare "piacere d'organo". I genitali rappresentano l'ultima fra queste "zone erogene", e al loro piacere d'organo spetta incontestabilmente il nome di piacere "sessuale". Non tutti questi impulsi tendenti al piacere vengono accolti nell'organizzazione definitiva della funzione sessuale. Alcuni di essi vengono eliminati come inutilizzabili, mediante rimozione o in qualche altro modo; altri vengono deviati dalla loro meta nella singolare maniera precedentemente menzionata e impiegati per rafforzare altri impulsi; altri ancora vengono mantenuti in ruoli secondari e servono all'esecuzione di atti introduttivi, alla produzione di piacere preliminare. Avete già sentito come in questa evoluzione che si protrae a lungo si possano riconoscere parecchie fasi di organizzazione provvisoria, e come la storia della funzione sessuale ne spieghi le aberrazioni e le atrofie. Noi chiamiamo ORALE la prima di queste fasi "pregenitali", perché, in conformità al modo in cui il lattante viene nutrito, la zona erogena orale domina tutto ciò che si può chiamare l'attività sessuale di questo periodo della vita. In un secondo stadio si fanno innanzi gli impulsi SADICI E ANALI, certamente in connessione con la comparsa dei denti, l'irrobustirsi della muscolatura e il controllo delle funzioni sfinteriche. Su questo appariscente stadio dello sviluppo abbiamo appreso molti particolari interessanti. Come terza appare la fase FALLICA, nella quale il membro maschile - e ciò che gli corrisponde nella bambina - acquista in entrambi i sessi un'importanza che non sarà più possibile trascurare. Abbiamo riservato il nome di fase GENITALE all'organizzazione sessuale definitiva, che si stabilisce dopo la pubertà, e dove finalmente il genitale femminile trova il riconoscimento che quello maschile aveva già da lungo tempo ottenuto. Tutto questo é solo una scialba ripetizione, e non crediate che, se c'é qualcosa che non ho più menzionato, non sia più valido: la ripetizione mi era necessaria per riallacciare a essa il resoconto dei progressi successivi. Questi ci sono stati, eccome!, proprio intorno alle prime organizzazioni della libido, ed é stata colta con maggior chiarezza l'importanza di cose già risapute; e di tutto ciò vi darò qualche saggio. Abraham ha dimostrato che nella fase sadico-anale si possono distinguere due stadi. Nel primo di essi prevalgono tendenze distruttive: annientare, perdere; nel successivo tendenze favorevoli agli oggetti: conservare e possedere. A metà della fase sadico-anale compare dunque per la prima volta il riguardo per l'oggetto, che prelude a un successivo investimento amoroso. Altrettanto giustificata ci appare una simile suddivisione per la prima fase, quella orale. Nel primo stadio di essa si tratta soltanto dell'incorporazione orale e manca ogni ambivalenza nella relazione con l'oggetto, che é il seno materno. Il secondo stadio, contraddistinto dalla comparsa dell'attività del mordere, può essere definito "sadico-orale"; esso presenta per la prima volta i fenomeni dell'ambivalenza, che diventano poi tanto più evidenti nella successiva fase sadico- anale. Il valore di queste nuove distinzioni appare particolarmente quando si ricercano nello sviluppo della libido i punti di predisposizione per certe nevrosi, come la nevrosi ossessiva o la melanconia. Riandate con la memoria, a questo proposito, a ciò che abbiamo appreso circa la connessione fra fissazione della libido, predisposizione e regressione. Il nostro atteggiamento riguardo alle fasi dell'organizzazione della libido ha subìto qualche variazione. Se prima accentuavamo soprattutto come ognuna di esse venga a cessare prima che subentri la seguente, adesso la nostra attenzione va ai fatti che ci mostrano quanto di ciascuna fase precedente permanga accanto e dietro le strutturazioni successive acquistando un suo posto durevole nell'economia della libido e nel carattere della persona. Ancora più significativi e importanti sono gli studi che ci hanno mostrato con quale frequenza, in condizioni patologiche, avvengano regressioni a fasi anteriori, e come determinate regressioni siano caratteristiche di determinate forme di malattia. Ma su questo non posso dilungarmi, poiché é di pertinenza di una psicologia specifica delle nevrosi. Abbiamo potuto studiare le trasformazioni delle pulsioni e i processi analoghi, particolarmente nell'erotismo anale, ovvero negli eccitamenti provenienti dalle fonti della zona erogena anale, e ci ha sorpreso la molteplicità degli impieghi cui approdano tali spinte pulsionali. Forse sbarazzarsi del disprezzo che nel corso dell'evoluzione ha colpito questa zona non riesce facile. Bene ha fatto, quindi, Abraham a ricordarci che embriologicamente l'ano corrisponde alla bocca primitiva, la quale é emigrata in basso, fino all'estremità dell'intestino. Secondo quanto abbiamo appreso, dopo che le feci, gli escrementi, hanno perso il loro valore, questo interesse pulsionale derivante dalla fonte anale passa su oggetti che possono essere offerti in dono. E a ragione, perché le feci furono il primo dono che il lattante poté fare, sono ciò di cui egli si privò per amore verso la persona che aveva cura di lui. Dopodiché, in modo completamente analogo al cambiamento di significato nell'evoluzione linguistica, questo antico interesse per le feci si converte nella stima per l'oro e per il denaro, ma dà parimenti il suo contributo all'investimento affettivo del bambino e del pene. Secondo la convinzione comune a tutti i bambini, i quali persistono a lungo nella teoria cloacale, il bambino viene partorito dall'intestino come un escremento; la defecazione é il modello dell'atto della nascita. Anche il pene ha però il suo precursore nella colonna delle feci, che riempie e stimola il tubo mucoso dell'intestino. Quando il bambino, abbastanza malvolentieri, ha preso atto che ci sono esseri umani che non possiedono il pene, questo membro gli appare come qualcosa di staccabile dal corpo e acquista un'inconfondibile analogia con l'escremento, che fu il primo pezzo di materia corporea al quale fu necessario rinunciare. Una grande porzione dell'erotismo anale viene così trasferita in un investimento del pene, ma l'interesse per questa parte del corpo ha, oltre a quella erotico-anale, una radice orale forse ancora più potente: infatti, dopo la cessazione dell'allattamento, il pene diventa anche l'erede del capezzolo materno. E' impossibile raccapezzarsi nelle fantasie, nelle associazioni influenzate dall'inconscio, nel linguaggio sintomatico degli uomini, se non si conoscono queste relazioni profonde. Feci- denaro-dono-bambino-pene vengono qui trattati come se avessero lo stesso significato e anche adombrati in simboli comuni. Non dimenticate, inoltre, che ho potuto darvi soltanto ragguagli molto incompleti. Posso forse aggiungere, in fretta, che anche l'interesse per la vagina, il quale si desta più tardi, é essenzialmente di origine erotico-anale. Non c'é da meravigliarsene, essendo la vagina stessa, secondo una felice espressione di Lou Andreas-Salomé, "tolta a nolo" alla parte terminale
dell'intestino; nella vita degli omosessuali, i quali non hanno compiuto un certo tratto dello sviluppo sessuale, essa é nuovamente rappresentata dal retto. Nei sogni appare spesso un locale che prima era un vano unico e ora é diviso in due da una parete, o anche viceversa. Con ciò é inteso sempre il rapporto della vagina con l'intestino. Possiamo anche seguire agevolmente come avvenga che nella fanciulla il desiderio, per nulla femminile, di possedere un pene, si muti normalmente nel desiderio di un bambino e poi di un uomo quale portatore del pene e donatore del bambino, così che anche qui diviene evidente come una parte di ciò che in origine era un interesse erotico-anale trova accoglienza nella organizzazione genitale successiva. Nel corso di questi studi sulle fasi pregenitali della libido sono emerse alcune nuove cognizioni sulla formazione del carattere. Abbiamo notato una triade di qualità che assai spesso ricorrono congiunte: amore dell'ordine, parsimonia e ostinazione; e dall'analisi di individui di questo tipo abbiamo dedotto che si foggiano tali qualità perché il loro erotismo anale é stato assorbito e utilizzato in modo diverso. Parliamo perciò di un "carattere anale", ove fiorisce questa singolare combinazione, e lo poniamo fino a un certo punto in contrasto con l'erotismo anale immodificato. Un rapporto analogo, ma forse ancora più fondato, abbiamo trovato fra l'ambizione e l'erotismo uretrale. A questo nesso, curiosamente si allude nella leggenda secondo cui Alessandro Magno nacque nella stessa notte in cui un Erostrato qualunque incendiò per pura vanagloria l'ammiratissimo tempio di Artemide in Efeso. Quasi che agli antichi non fosse sfuggita la connessione! Sapete infatti quanto l'urinare abbia a che fare con il fuoco e con lo spegnere il fuoco. Naturalmente, ci aspettiamo che anche altre qualità del carattere risultino essere in modo analogo sedimenti o formazioni reattive di determinate strutture libidiche pregenitali, benché non possiamo ancora dimostrarlo.

E' giunto il momento di riprendere l'ordine storico e il nostro tema cominciando dai problemi più generali della vita pulsionale. Alla base della nostra teoria della libido c'era innanzitutto l'antitesi fra pulsioni dell'Io e pulsioni sessuali. Allorché, più tardi, cominciammo a studiare l'Io più da vicino e giungemmo alla concezione del narcisismo, a questa distinzione venne a mancare il terreno. In alcuni rari casi, infatti, é possibile osservare che l'Io prende sé stesso come oggetto, comportandosi come se fosse innamorato di sé medesimo (di qui il termine "narcisismo", attinto alla leggenda greca), ma questa é solo l'estrema esagerazione di uno stato di cose normale: si perviene a comprendere che l'Io é sempre il principale serbatoio di libido, dal quale scaturiscono gli investimenti libidici degli oggetti e nel quale gli stessi ritornano, mentre la parte maggiore di questa libido rimane costantemente nell'Io. Si ha dunque una continua conversione di libido dell'Io in libido oggettuale e di libido oggettuale in libido dell'Io. Ma allora le due non possono differire quanto a natura, allora non ha senso distinguere fra l'energia dell'una e quella dell'altra, e si può rinunciare al termine "libido" o usarlo come sinonimo di energia psichica in genere. Non siamo rimasti a lungo su questa posizione. Il nostro presentimento iniziale, che esista un'antitesi entro la vita pulsionale, é presto riuscito a precisarsi meglio e diversamente. E' questa una novità nella teoria delle pulsioni, sulla cui origine preferisco non soffermarmi; dirò solo che anch'essa si basa essenzialmente su considerazioni biologiche. Ve la esporrò sotto forma di prodotto finito. Noi supponiamo che ci siano due specie essenzialmente diverse di pulsioni: quelle sessuali, intese nel senso più ampio - l'Eros, se preferite questa denominazione, - e quelle aggressive, la cui meta é la distruzione. A sentirvelo dire così, stenterete a ravvisarvi una novità; sembra un tentativo di trasfigurare teoricamente la banale antitesi fra amore e odio, che forse coincide con quell'altra polarità di attrazione- repulsione che la fisica suppone per il mondo inorganico. Eppure, stranamente, questa affermazione viene percepita da molti come un'innovazione; meglio ancora, come un'innovazione affatto indesiderata, che dovrebbe essere eliminata il più presto possibile. Suppongo che in questo rifiuto si faccia sentire un forte momento affettivo. Perché anche noi abbiamo impiegato tanto tempo prima di deciderci a riconoscere una pulsione aggressiva? perché per la nostra teoria non abbiamo utilizzato senza esitare fatti che stanno alla luce del sole e sono noti a tutti? Probabilmente avremmo incontrato scarsa resistenza se avessimo attribuito una pulsione simile agli animali, ma includerla nella costituzione umana sembra un sacrilegio, contrasta con molti presupposti religiosi e con molte convenzioni sociali. No, l'uomo dev'essere per natura buono o quanto meno bonario. Se, all'occasione, si mostra brutale, violento, crudele, si tratta di turbamenti transitori della sua vita emotiva, in maggior parte provocati, forse solo conseguenza degli ordinamenti sociali inadeguati che egli si é dato fino a quel momento. Purtroppo ciò che la storia ci tramanda e che noi stessi abbiamo sperimentato non depone in questo senso, ma giustifica piuttosto il giudizio che la fede nella "bontà" dell'umana natura é una di quelle tristi illusioni da cui gli uomini si aspettano che la loro vita risulti abbellita e alleviata, mentre in realtà non provocano che danni. Inutile, per noi continuare questa polemica, poiché non abbiamo arguito la presenza nell'uomo di una speciale pulsione aggressiva e distruttiva in seguito agli insegnamenti della storia e all'esperienza della vita, ma questo é avvenuto sulla base di considerazioni generali, alle quali ci ha condotto l'esame dei fenomeni del sadismo e del masochismo. Come sapete, parliamo di sadismo quando il soddisfacimento sessuale é legato alla condizione che l'oggetto sessuale soffra dolori, maltrattamenti e umiliazioni; di masochismo quando si sente il bisogno di essere questo stesso oggetto maltrattato. Sapete anche che un certo pizzico di queste due tendenze é contenuto nel normale rapporto sessuale, e che le definiamo perversioni quando respingono le altre mete sessuali in secondo piano e mettono al loro posto le proprie mete. Non vi sarà sfuggito nemmeno che il sadismo é da porsi in più stretta relazione con la virilità e il masochismo con la femminilità, come se esistesse qui una segreta affinità, benché debba dirvi subito che su questa strada non siamo andati oltre. Sadismo e masochismo sono entrambi, per la teoria della libido, fenomeni enigmatici, il masochismo in modo del tutto particolare; e rientra assolutamente nella norma che ciò che per una teoria costituisce la pietra dello scandalo risulti poi la pietra angolare di quella che la sostituisce. Crediamo dunque che il sadismo e il masochismo ci offrano due eccellenti esempi di mescolanza delle due specie di pulsioni, l'Eros e l'aggressività; e avanziamo l'ulteriore ipotesi che questo rapporto sia tipico, che tutte le spinte pulsionali che possiamo studiare siano composte di tali miscugli o leghe delle due specie di pulsioni. Naturalmente, miscugli nelle proporzioni più varie. Le pulsioni erotiche apporterebbero nel composto la varietà delle loro mete sessuali, mentre le altre ammetterebbero solo attenuazioni e gradazioni della loro tendenza monotona. Con questa ipotesi ci dischiudiamo la prospettiva di indagini che assumeranno un giorno grande importanza per la comprensione di certi processi patologici. Ciò perché i miscugli possono anche disgregarsi e a tali scomposizioni pulsionali possono essere attribuite le più gravi conseguenze per la funzione. Ma questi punti di vista sono ancora troppo nuovi perché qualcuno abbia finora tentato di utilizzarli nel lavoro. Ritorniamo, in particolare, al problema postoci dal masochismo. Se prescindiamo per il momento dalla sua componente erotica, esso ci conferma che esiste una tendenza avente come meta l'autodistruzione. (Ne deriva che, se anche per la pulsione distruttiva é vero che l'Io - ma qui intendiamo piuttosto l'Es, l'intera persona - originariamente racchiude in sé tutte le spinte pulsionali, il masochismo é più antico del sadismo e il sadismo é la pulsione distruttiva rivolta verso l'esterno, la quale acquista così il carattere di aggressività). Un certo che dell'originaria pulsione distruttiva può rimanere ancora all'interno; sembra che la nostra percezione lo possa afferrare solo a queste due condizioni: quando si collega con le pulsioni erotiche a formare il masochismo, o quando si rivolge contro il mondo esterno in forma di aggressività, con una più o meno grande aggiunta di erotismo. Ci si presenta subito la possibilità che l'aggressività non trovi soddisfacimento nel mondo esterno, perché si imbatte in ostacoli reali, e ci domandiamo che cosa accadrebbe. In tal caso forse si ritirerà, andrà ad accrescere l'autodistruttività predominante all'interno. Vedremo che avviene realmente così e quanto sia importante questo processo. Aggressività impedita sembra significare una grave offesa. E' realmente come se dovessimo distruggere qualche altra cosa o persona per non distruggere noi stessi, per preservarci dalla tendenza all'autodistruzione. Una triste rivelazione, certo, per il moralista! Ma il moralista si consolerà, per molto tempo ancora, con l'inverosimiglianza delle nostre speculazioni. Una strana pulsione, questa, che é rivolta alla distruzione della propria dimora organica! I poeti, é vero, parlano di simili cose, ma i poeti sono irresponsabili, godono del privilegio della licenza poetica. Indubbiamente idee simili non sono estranee neppure alla fisiologia, per esempio quella relativa alla mucosa dello stomaco che si digerisce da sé. Si deve però ammettere che questa nostra pulsione autodistruttiva ha bisogno di un più ampio sostegno. Non si può certo azzardare un'ipotesi di tale portata semplicemente perché alcuni poveri pazzi hanno vincolato il loro soddisfacimento sessuale a una strana condizione. Per parte mia, ritengo che uno studio approfondito delle pulsioni ci darà quello che ci occorre. Le pulsioni non governano soltanto la vita psichica, ma anche quella vegetativa, e queste pulsioni organiche si distinguono per un tratto caratteristico che merita il nostro più vivo interesse (soltanto più tardi potremo giudicare se questo sia un carattere generale delle pulsioni): esse rivelano, cioè, una tendenza che si adopera a ristabilire uno stato precedente. E' lecito supporre che, iniziando dal momento in cui tale stato, già raggiunto, viene turbato, sorga una pulsione tendente a ricostituirlo, la quale provoca fenomeni che possiamo designare come coazione a ripetere. Così tutta l'embriologia non é che un esempio di coazione a ripetere. La facoltà di formare di nuovo organi perduti si estende molto in alto nella scala animale, e la pulsione a risanare, alla quale, accanto agli ausili terapeutici, dobbiamo le nostre guarigioni, potrebbe essere il residuo di questa capacità tanto sviluppata negli animali inferiori. Le migrazioni dei pesci nella stagione della fregola, forse i voli degli uccelli, ed eventualmente tutto ciò che designiamo come manifestazione dell'istinto negli animali, avviene sotto l'imperativo della coazione a ripetere, la quale esprime la NATURA CONSERVATIVA delle pulsioni. Anche nel campo psichico non abbiamo bisogno di cercarne a lungo le manifestazioni. Ci ha colpito il fatto che durante il lavoro analitico le esperienze dimenticate e rimosse dell'infanzia si riproducono in sogni e in reazioni, in particolar modo durante la traslazione, benché la loro rievocazione sia in contrasto con l'interesse del principio di piacere; e noi ce lo siamo spiegati supponendo che in questi casi vi sia una coazione a ripetere superiore, perfino, al principio di piacere. Qualcosa di analogo si può osservare anche fuori dell'analisi. Ci sono persone che nella loro vita ripetono sempre, senza correggersi, le medesime reazioni a loro danno, o che sembrano addirittura perseguitate da un destino inesorabile, mentre un più attento esame rivela che sono esse, a propria insaputa, che si creano questo destino. In tal caso attribuiamo alla coazione a ripetere un carattere "demoniaco". Ma in che modo questo tratto conservativo delle pulsioni può contribuire alla comprensione della nostra autodistruttività? Quale stato precedente vorrebbe ristabilire una simile pulsione? Per cercare la risposta non dobbiamo andare lontano e ci si dischiudono nuovi orizzonti. Ammesso che una volta - in tempi immemorabili e in un modo che non si può rappresentare - la vita abbia avuto origine da materia inanimata, allora, stando al nostro presupposto, deve essere sorta una pulsione che vuole abolire la vita, ristabilire lo stato inorganico. Se in questa pulsione ravvisiamo l'autodistruttività della nostra ipotesi, dobbiamo concepire questa distruttività come espressione di una pulsione di morte, che non può mancare in alcun processo vitale. E ora le pulsioni nelle quali crediamo si dividono in due gruppi: quelle erotiche, che vogliono sempre più conglobare la sostanza vivente in maggiori unità, e quelle di morte, che si oppongono a questa aspirazione e riconducono ciò che é vivente allo stato inorganico. Dall'azione congiunta e opposta di entrambe scaturiscono i fenomeni della vita, ai quali mette fine la morte. Forse scrollerete le spalle: "Questa non é scienza della natura, é filosofia, la filosofia di Schopenhauer". E perché mai, Signore e Signori, un audace pensatore non dovrebbe aver indovinato ciò che una spassionata e faticosa ricerca di dettaglio conferma? E d'altronde, tutto é già stato detto una volta, e molti prima di Schopenhauer hanno detto una cosa simile. E infine, quel che diciamo non é neanche l'autentico Schopenhauer. Noi non affermiamo che la morte sia l'unico obiettivo della vita, non trascuriamo la vita, accanto alla morte. Riconosciamo due pulsioni fondamentali e lasciamo a ognuna la propria meta. Come entrambe si intreccino nel processo vitale, come la pulsione di morte serva agli intenti dell'Eros, specialmente nel suo volgersi all'esterno in forma di aggressività, sono compiti che restano affidati all'indagine futura. Noi non andiamo oltre il punto in cui una simile prospettiva rimane aperta. La questione altresì se il carattere conservativo sia proprio di tutte le pulsioni indistintamente, se anche le pulsioni erotiche mirino a ripristinare uno stato anteriore quando aspirano a comporre il vivente in più vaste unità, anche questo é un interrogativo che dovrà essere da noi lasciato senza risposta.

Ci siamo allontanati un po' dal nostro punto di partenza. Intendo comunicarvi posticipatamente da dove abbiamo preso le mosse per questa riflessione sulla teoria delle pulsioni. E' stato lo stesso movente che ci ha indotti a rivedere la relazione tra l'Io e l'inconscio, ossia é stata l'impressione, riportata nel lavoro analitico, che il paziente il quale oppone resistenza molto spesso non ne sappia nulla. Ma non solo gli é inconscio il fatto della resistenza, lo sono anche i motivi della resistenza. Noi abbiamo dovuto ricercare questi motivi, o questo motivo, e con nostra sorpresa lo abbiamo trovato in un forte bisogno di punizione, che abbiamo potuto classificare solo fra i desideri masochistici. L'importanza pratica di questa scoperta non é inferiore a quella teorica, poiché il bisogno di punizione é il peggior nemico dei nostri sforzi terapeutici. Esso viene soddisfatto dalla sofferenza collegata alla nevrosi e per questo si tiene aggrappato alla malattia. Sembra che questo fattore, il bisogno inconscio di punizione, sia implicato in ogni affezione nevrotica. Pienamente convincenti appaiono, a questo proposito, quei casi in cui la sofferenza nevrotica si fa sostituire da una sofferenza d'altro genere. Vi riferirò un aneddoto di questo tipo. Una volta mi riuscì di liberare una signorina piuttosto anziana dal complesso di sintomi che per circa quindici anni l'aveva condannata a un esistenza tormentosa ed esclusa dalla partecipazione alla vita. Si sentì guarita e si gettò con entusiasmo a sviluppare i talenti di cui era non scarsamente dotata, col desiderio di acquistarsi ancora un po' di considerazione, di gioia e di successo. Purtroppo ognuno dei suoi tentativi finì quando le si fece sapere, o lei stessa si rese conto, che era ormai troppo vecchia per ottenere dei risultati. Ogni volta, dopo simile conclusione, la cosa più ovvia sarebbe stata la ricaduta nella malattia, ma di questo essa non era più capace; le accadevano invece incidenti che per un certo periodo le impedivano qualunque attività e la facevano soffrire. Cadeva e si slogava un piede o si feriva un ginocchio, si faceva male a una mano durante una qualsiasi occupazione. Dopo che le fu fatto notare che non era improbabile che lei stessa avesse una parte in questi casi apparentemente fortuiti, essa cambiò per così dire tecnica. Invece degli incidenti comparvero nelle stesse occasioni leggere indisposizioni (catarri, angine stati influenzali, gonfiori reumatici), finché finalmente si decise alla rassegnazione e tutti questi fenomeni vennero a cessare. Sulla provenienza di questo inconscio bisogno di punizione non é possibile avere dubbi. E' un bisogno che si comporta come un pezzo della nostra coscienza morale, come la continuazione di essa nell'inconscio; ha necessariamente la stessa origine della coscienza morale, quindi corrisponderà a una porzione di aggressività che é stata interiorizzata e assunta nel Super-io. Se soltanto non ci fosse una certa contraddizione di termini, sarebbe senz'altro giustificato a tutti gli effetti pratici chiamarlo "inconscio senso di colpa". Teoreticamente siamo in dubbio se supporre che tutta l'aggressività rifluita dal mondo esterno venga vincolata dal Super-io e quindi rivolta contro l'Io, oppure che una parte di essa svolga la sua muta e inquietante attività nell'Io e nell'Es come libera pulsione distruttiva. Una distribuzione di questo tipo é più probabile, tuttavia su questo argomento non ne sappiamo di più. Al momento dell'istituzione del Super-io, quella porzione di aggressività contro i genitori alla quale il bambino non poteva trovare uno sfogo verso l'esterno, a causa sia della sua fissazione amorosa, sia delle difficoltà esterne, ha certo trovato impiego al fine di dotare questa istanza; ed é per questo che non é indispensabile che la severità del Super-io corrisponda semplicemente alla rigorosità dell'educazione. E' possibilissimo che, in successive occasioni ove occorra reprimere l'aggressività, la pulsione prenda la stessa via che le era stata aperta in quel momento decisivo. Gli individui in cui questo inconscio senso di colpa é strapotente si rivelano nel trattamento analitico essere quelli con reazione terapeutica negativa, cosa tanto fastidiosa per la prognosi. Quando si comunica loro la soluzione di un sintomo, alla quale normalmente dovrebbe seguire la sua scomparsa almeno temporanea, essi rispondono con una momentanea intensificazione del sintomo e della sofferenza. Spesso basta lodarli per il loro comportamento nella cura, esprimere alcune parole di speranza sul progresso dell'analisi, perché inconfondibilmente si sentano subito peggio. Chi non é analista direbbe che manca loro la "volontà di guarire"; seguendo il modo di pensare analitico, vedremo in questo comportamento l'espressione dell'inconscio senso di colpa, ove la malattia, con le sue sofferenze e i suoi impedimenti, é appunto desiderata. I problemi sollevati dall'inconscio senso di colpa, le sue relazioni con la morale, con la pedagogia, con la criminalità e con l'infanzia trascurata sono attualmente il campo di lavoro preferito degli psicoanalisti. Qui, in un punto inaspettato, dal mondo psichico sotterraneo irrompiamo in piazza. Non posso condurvi oltre, ma prima di congedarmi, per oggi da voi devo intrattenervi ancora con alcune considerazioni. Abbiamo preso l'abitudine di dire che la nostra civiltà é costruita a spese di tendenze sessuali inibite dalla società, che vengono in parte rimosse, ma in parte sono rese utilizzabili per nuove mete. Siamo ormai d'accordo che nonostante tutto il nostro orgoglio per le nostre conquiste culturali, non ci riesce facile assolvere le richieste di questa civiltà, sentirci a nostro agio in essa, perché le limitazioni pulsionali imposteci significano per noi un grave onere psichico. Ebbene, ciò che abbiamo riconosciuto valido per le pulsioni sessuali vale in uguale e forse maggior misura per le altre pulsioni, quelle aggressive. Sono queste soprattutto che rendono difficile la convivenza degli uomini e che ne minacciano la continuità; la limitazione della propria aggressività é il primo e forse più difficile sacrificio che la società deve esigere dal singolo. Abbiamo appreso in quale ingegnosa maniera sono state domate le impennate. L'istituzione del Super-io, che attira su di sé i pericolosi impulsi aggressivi, introduce in certo qual modo un presidio nei luoghi ove bolle la sommossa. Per contro, da un punto di vista puramente psicologico, si deve riconoscere che l'Io non si sente a suo agio quando viene così sacrificato ai bisogni della società, quando deve sottostare alle tendenze distruttive dell'aggressività che avrebbe volentieri esercitato contro altri. E' come una continuazione sul terreno della psiche di quel dilemma, "mangiare o essere mangiato" che domina il mondo della vita organica. Per fortuna le pulsioni aggressive non sono mai sole, sono sempre combinate con quelle erotiche. A queste ultime spetta in larga misura di mitigare e di prevenire, nell'àmbito della civiltà creata dall'uomo.


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